domenica 5 aprile 2009

Il Vittorioso 1940/1941

Una precisazione, suggeritami indirettamente da Fortunato. Non si può comprendere il ruolo, e la qualità intrinseca, di questo settimanale, se si prescinde dal contesto, che io ho dato per acquisito, scordandomi che di queste cose si va perdendo la memoria… Dunque va detto, e ribadito, che nel 1934 il panorama editoriale italiano fu sconvolto da una autentica rivoluzione: i settimanali per bambini e ragazzi, ovvero il Corriere dei Piccoli e tutti i suoi epigoni, basati su un mix di storielle rassicuranti e redazionali istruttivi, furono “spiazzati” da un grande periodico (grande in tutti i sensi, anche come formato), L’Avventuroso, che per la prima volta pubblicava, coi balloons e senza didascalie, i grandi eroi americani del King Features Syndicate (ricordate il Blue Book?), da Gordon a Mandrake. Fumetti concepiti, negli USA, per un pubblico in gran parte adulto. La cosa non andò giù soprattutto alla categoria professionale degli educatori, fascisti e non, che iniziarono a fare pressioni lobbistiche sul partito allora al potere, il quale ovviamente poteva disporre un bando, nei confronti di questa produzione, come e quando voleva. Anche la Chiesa cattolica aveva pesantemente in uggia L’Avventuroso e i suoi confratelli e imitatori, un po’ per le forti allusioni sessuali, un po’ per la mancanza di una “morale” ortodossa. Però il Fascismo non volle agire affatto, almeno per i primi anni. Ce ne vollero quattro (di epocali successi, con un proliferare incredibile di testate e albi) perché qualcuno riuscisse a insinuare, nella mente dei funzionari del Ministero della Cultura Popolare, che questi fumetti erano anche anti italiani e quindi antifascisti, proponendo, come facevano, un modello di eroe tutto a stelle e strisce, deplorevolmente demo-pluto-giudaico… Balle, perché l’inazione del partito di Mussolini pare fosse dovuta a interessi personali del Capo stesso. Per fortuna mi viene in soccorso Ezio Ferraro, che ho avuto l’onore di riproporre integralmente, altrimenti la tirerei troppo per le lunghe. Vi consiglio di leggere la sua narrazione, molto più fresca, diretta e meglio scritta della mia.
A me interessa, in questa sede, rimarcare che Il Vittorioso fu pensato in chiave di contraltare cattolico, moralistico e castigato, a L’Avventuroso, ma – in modo molto intelligente – senza ripudiare affatto la novità del mezzo d’espressione (come invece faceva Argentovivo!, sul versante laico, in quello stesso periodo), ma anzi adottando in toto lo stile e le forme del “nemico”. Ebbe un vero, grande successo solo negli anni postbellici, e fino al 1955, come vedremo, quando acquistò una sua più precisa fisionomia e originalità.
Dal 1940 in poi, alcuni dei grandi maestri raggiungono la piena maturazione. È il caso di Franco Caprioli, che però migrerà presto ai più ricchi pascoli mondadoriani. Un peccato che ancora non si decida a convertirsi al linguaggio pienamente fumettistico, ovvero coi balloons. Ma è già presente il suo originalissimo stile, un pointillisme affascinante. Vi esorto a leggere la monografia su Caprioli, scritta dalla figlia e da Gianni Brunoro, un esempio cristallino di ottima critica fumettistica:
Sebastiano Craveri perfeziona il suo stile “pupazzettistico” e si lancia anche in ardite sperimentazioni grafiche: il suo Castello dei pupazzi anticipa addirittura l’Omino Bufo di Castelli. Ma sono soprattutto Il biglietto della lotteria e Tabuì, cane meccanico, a segnare lo zenith della sua produzione, sia sul piano grafico che su quello delle sceneggiature, forse ingenue, ma di grande sensibilità e intelligenza:
Queste storie sono ristampate, a tiratura limitatissima, da Mauro Giubbolini, storico esegeta di Craveri. Prendetele, finchè potete.

Craveri è la “bandiera” del settimanale, ed ha sempre l’onore del paginone finale a colori, mentre quello della testata è appannaggio di Caesar e del suo Romano il Legionario. Ma qualcosa si profila all’orizzonte, un pericolo terribile, che sarà fatale per il cartoonist piemontese… Sul numero 40 del 5 ottobre, in penultima pagina, in nero, piccola piccola, appare la prima tavola della storia d’esordio di un giovanissimo autore (non ha ancora diciassette anni!):
È proprio il grandissimo Benito Franco Jacovitti. La storia, Pippo e gli inglesi, una bonaria satira antibritannica, è legata al fatto, appena accennato dalla redazione, che il 10 giugno l’Italia ha dichiarato guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, dopo dieci mesi di attendismo, la famosa “non belligeranza” (cfr. ancora Ferraro):
Jacovitti scrive e disegna, con una straordinaria freschezza e originalità, una storia dopo l’altra. La seconda, a partire dal 25 gennaio 1941, è Il barbiere della prateria, già nel titolo una dissacrazione del genere, più che una semplice parodia:
La terza storia, impaginata sempre in posizione secondaria, è la curiosissima Pippo e il mistero dei “Lupino”. Io la conoscevo, come le altre, nell’edizione in albo, fascicolo ristampato dall’ANAF oltre trent’anni fa:


Mi era parsa una narrazione arcaica e legnosa, soprattutto per l’assenza dei balloons. Quando finalmente ebbi tra le mani Il Vittorioso, magicamente la storia acquistò una strordinaria freschezza! Scoprii che l’unica edizione degna di queste primissime storie di Jacovitti era la prima: tutte le successive soffrono della terribile mutilazione. Quindi si può dire che le storie d’anteguerra di Jac siano praticamente inedite, se si esclude una ristampa semi-integrale del Vittorioso, apparsa a circuito chiuso e in modo non autorizzato, negli anni Ottanta/Novanta.
Segue Pippo e la boa:
Ancora nulla che possa davvero preoccupare Craveri, il quale ama citarsi, nelle sue storie, e utilizzare elementi esterni al suo mondo immaginario, ma ruotanti nell’orbita del settimanale, proprio perché si considera la sua “bandiera”. A Zoolandia viene ospitato l’ormai onnipresente (e cattolicissimo) Gino Bartali, che è stato anche in visita alla redazione:

Ma Jacovitti è una forza irresistibile, e – ahimè – è molte spanne sopra Craveri, artisticamente parlando, nonostante la giovanissima età. Così nel 1941 gli vengono pubblicate, a piena pagina e a colori, le sue prime famose “panoramiche”. E, nella prima, è lui ad “appropriarsi” dei personaggi altrui, compresi gli zoolandini:

Non solo: Forza Pippo!, la nuova storia (novembre 1941/febbraio 1942), invade il campo di Craveri anche in chiave sportiva (calcio contro ciclismo) e viene impaginata in modo più visibile e in bicolore:
Ma chi è l’ispiratore, il modello di Jacovitti? Ha inventato il suo mondo surreale tutto da solo, quand’era appena adolescente? All’epoca in cui ebbi modo di parlarci a lungo, gli proposi Segar, Mussino, il dimenticatissimo Walter Faccini, addirittura Basil Wolverton. Niente, negò ogni ispirazione e fece solo un nome che mi suonava sconosciuto: Dubù. Non sapeva dirmi altro. E all’epoca non c’era Internet, almeno non con la miniera inesauribile di informazioni a cui ci ha poi abituato. Sciocca mia ignoranza giovanile… Aveva ben ragione, Jacovitti. Ecco, da un prezioso volumone francese, che ho recuperato su una bancarella, Albert Dubout, il vero ispiratore di Jac, e le sue affollatissime “panoramiche”. La prima è giusto di quel tristissimo 1940:


Dubout Lavorava soprattutto per Le Rire, settimanale umoristico non certo per ragazzi. Le sue donnone sono poi rifluite nella poetica jacovittiana, fino al Kamasultra degli anni Settanta. Dubout si specializzò nelle “panoramiche” – che lo stesso Jac disegnò fino almeno a tutti gli anni Sessanta – portandole a vertici estremi:
Avrei voluto pubblicarne anche un’altra, davvero affollata in modo incredibile, ma… supera la risoluzione della mia macchinetta fotografica!
Ahi, ho divagato troppo. Col prossimo post tornerò a parlare del Vittorioso degli anni di guerra, promesso!

4 commenti:

  1. incredibile questo post sul Vittorioso. Io purtroppo possiedo solo l'annata completa del 1955 e l'ho messa nel mio nuovo blog lelecollezionista. Sono invece in contatto con Giubbolini e mi sono procurato gran parte delle storie che hai citato. "Tabui" ha la copertina disegnata da Perogatt e "il Biglietto della lotteria" è disegnata dal grande Luciano Bottaro.

    Ciao da Lele

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  2. Mi associo agli entusiasmi per questo post.
    Ho una domanda (anzi due): nell'inverno '98-'99 a Torino ci fu una grande mostra su Jacovitti curata dalla figlia. Tra le altre perle in esposizione c'erano anche due tavole di "Pippo e gli inglesi", la prima e l'ultima (tra l'altro la prima tavola per mio padre, classe '26, aveva funzionato come una madeleine proustiana): se non ricordo male (l'eta' avanza e i neuroni diminuiscono) quelle tavole non avevano i balloon! Qui trovo invece una prima tavola coi balloon. Leggendo il resto del post trovo questa affermazione: "Mi era parsa una narrazione arcaica e legnosa, soprattutto per l'assenza dei balloons" Da qui le domande:
    1) Quando queste storie vennero ripubblicate in albi, vennero aboliti i balloon che erano stati nel frattempo proibiti?
    2) La tavola esposta a Torino veniva dal Vittorioso o da un albo del Vittorioso?

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  3. Per Paolo:
    grazie per i complimenti. Il merito è del Vittorioso, non mio... ;-)
    cerco di rispondere sinteticamente:
    1)Esattamente. Gli albi, comprese le ristampe ANAF degli anni Settanta, sono SENZA i balloons.
    2) Non ho mai visto quella tavola. Però, da come me la descrive, c'è solo una (triste) possibilità: la tavola originale fu mutilata e adattata per l'espurgo dei balloons! Non si presero nemmeno la briga di utilizzare una patinata... Scempi simili sono d'altronde avvenuti - lo posso testimoniare, prove alla mano, anche se non riguardano i balloons - per alcune storie italiane ristampate negli "Albi d'oro" mondadoriani del dopoguerra.
    Saluti

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  4. Per Leonardo:
    Grazie delle informazioni.
    Mi sa che la prossima voglia che avro' voglia di svaccarmi abusero' ancora della tua pazienza e chiedro' ancora un po' di informazioni su Jac. Ho tutti gli Oscar cofanetto di Jacovitti (salvo l'ultimo, "Tutti i salami di Jacovitti", ma mi era sembrato che contenesse solo storie gia' comparse negli altri cofanetti), quindi sono interessato alla storia del Vittorioso e di jac.

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