Visualizzazione post con etichetta Carlo Cossio. Mostra tutti i post
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sabato 9 marzo 2013

Pinocchio di Carlo Cossio

Una straordinaria novità: la riproposta, per la prima volta in oltre SETTANTASEI anni, di un piccolo capolavoro della Letteratura a fumetti italiana: il PINOCCHIO di Carlo Cossio, apparso a puntate nel 1937 sull'omonimo settimanale edito dalla SAEV di Lotario Vecchi!


Per i tipi del GAF-Firenze. Informazioni presso info@gaf-firenze.it

Ecco qua la seconda e la terza di copertina dell'albo, con tutti i particolari. Grazie a Sergio Lama, collezionista, storico e critico del Fumetto, per la gustosa anticipazione e naturalmente per tutto il lavoro!
 
 
 
 
 
 

mercoledì 12 gennaio 2011

Un supplemento di Topi "apocrifi"

Copio direttamente qui un contributo molto interessante di Sergio. Grazie!

Scavando, scavando qualcosa si trova!

Eccovi due belle vignette tratte dal Cartoccino dei Piccoli, un giornalino per i più piccini, che il patron Ettore Boschi delle Edizioni Il Cartoccino di Monza, lanciò nel 1929.
La prima vignetta illustra un raccontino di Laura Okeli Romiti e l'autore è Carlo Cossio.




Compare sul numero 29 dell'11 gennaio 1931. Come vedete, a parte gli occhiali,e il tratto artigianale, l'immagine del Topo è pressoché identica all'originale dell'epoca.
La seconda più grande, è di Rino Albertarelli, al tempo anche direttore della testata,compare sul numero 133 dell'8 gennaio 1933.
Anche in questa immagine i cinque "Topolini" conservano la loro identità disneiana.

Sergio

giovedì 25 novembre 2010

Il Giornale di Cino e Franco - 2

1935 – continuazione e fine


Per tutta la prima parte del settimanale, Nerbini lascia immutata la formula de Il giornale di Cino e Franco, che è – come dicevo nello scorso post – poco più di un contenitore per il best seller di Lyman Young e collaboratori (Tim Tyler’s Luck). Fra le storie di riempitivo, merita un accenno

giovedì 18 novembre 2010

Il Giornale di Cino e Franco - 1

11 agosto 1935 - Il n. 1


Abbiamo lasciato Mario Nerbini con in tasca un sostanzioso assegno di Mondadori per la cessione dell’esclusiva Disney, ivi compresa la testata Topolino. È stato scritto infinite volte che l’affare crede di averlo fatto l’editore fiorentino, convinto che il settimanale si venda non tanto per i fumetti di Gottfredson e collaboratori, quanto per Cino e Franco (Tim Tyler's Luck) di Lyman Young. Nerbini è comunque tutto contento per l’incredibile successo de L’Avventuroso, che mette in ombra ogni altra cosa. Abbiamo anche detto che oggi, nel 1935, l’analisi di Mario Nerbini è formalmente giusta, anche se – con il senno del poi – sostanzialmente sbagliata.

Il 26 luglio 1935, esattamente una settimana dopo l’uscita dell’ultima puntata delle storie di Cino e Franco sul Topolino Nerbini, appare in edicola un nuovo giornale, preceduto, come sempre accade, da un saggio gratuito (inserito ne L’Avventuroso n. 42) e da una notevole campagna pubblicitaria su tutti i periodici della scuderia:


giovedì 14 ottobre 2010

L’Audace terza versione: numeri 60-181 (1935-37) - Seconda parte

1935 (marzo-maggio)


Brick Bradford è ricordato dagli appassionati di syndication classica per le lunghissime storie in daily strips, scritte da William Ritt e disegnate da Clarence Gray: etnologia, archeologia, fantascienza; intrighi complessi e affascinanti. Le sunday pages de L’Audace, come ho già detto, sono invece del tutto diverse: il biondo protagonista è lo stralunato visitatore di un mondo vagamente alieno, a metà fra la civiltà

martedì 14 settembre 2010

Jumbo – nona parte

1935 - 2


Concludiamo dunque le vicende di Jumbo nell’anno 1935. Quelli mostrati nel post precedente non sono i soli comics americani pubblicati su Jumbo in questo anno: continuano infatti le avventure del cagnolino Flick (Pete's Pup), la serie di Clarence D. Russell che è il

martedì 11 maggio 2010

L’avventuroso 7 (1935 – quarta parte: gli italiani)

1935



È interessante notare come cambia il sottotitolo de L’avventuroso: inizialmente è “Grande settimanale d’avventure”; col numero 31 diventa “Grande settimanale per tutti”. È ovvio che Mario Nerbini avverte la necessità di rimarcare che il suo target (diremmo nel 2010) non è solo adolescenziale, ma anche adulto, e ciò per cercare di parare i prevedibili colpi dell’establishment moralista. Lo stesso Nerbini pubblica anche, sempre nel 1935, un trafiletto in cui dichiara esplicitamente che L’avventuroso si rivolge non solo e non tanto ai ragazzini, ma ai tanti “giovanotti e signorine” che frequentano le edicole. Resta il fatto che la grandissima maggioranza dei lettori appartiene alla fascia di età dai dodici ai sedici anni: sono i più controllati da genitori, educatori, sacerdoti, capi delle organizzazioni di partito, che si faranno presto sentire…

venerdì 20 novembre 2009

BOMBOLO – CINE COMICO (quarta parte, conclusione)

Dal numero 41 al n. 62, “Cine Comico” cammina senza scosse, ma anche senza minimamente sfruttare i tesori che ha a disposizione: a oltre settant’anni di distanza, e con quel che è accaduto nel frattempo, ci sembra impossibile che molte prime pagine, se non quasi tutte, siano dedicate alle ormai arcaiche storielle di Carlo Cossio e colleghi, quando c’erano a disposizione Elzie Segar e Milt Gross:





Il teatro dei bei tipi (Popeye) e Bob al paese dei fenomeni (Boob NacNutt) si alternano in ultima pagina, quando non vengono relegati all’interno:







Da notare che Bombolo – Cine Comico varia spesso la grafica della testata. Credo proprio che l’autore di questi gioiellini di pop art fosse l’onnipresente Carlo Cossio, che del resto, sempre nel 1935, disegna (e firma) la strepitosa testata de “L’Audace”, per un periodo inspiegabilmente breve:


Ecco come varia la grafica di “copertina” col numero 45 del 25 aprile 1935:




Pey”, che Luca Boschi identifica in Zenobio Baggioli (vedi il suo commento al mio post precedente), si ispira forse alla visualizzazione delle metafore di Attilio Mussino (Bilbolbul), per questa simpatica tavola sportiva, stavolta dedicata al ciclismo:




Del resto, la primavera del 1935 è stagione del Giro d’Italia, allora più popolare di oggi:




Benché il calcio abbia più spesso l’onore dell’apertura:




Più convincente è Carlo Cossio in Arlecchino nella Luna, commistione favolistico-sportiva che è forse la prima continuity italiana di Vecchi. La prima puntata è incentrata su Giuseppe Meazza. Una canzonetta di allora diceva:
La donzelletta vien dalla campagna
Leggendo la Gazzetta dello sport
E come ogni ragazza lei va pazza per Meazza
Che fa reti a ritmo di fox trot…



Gli altri campioni sono Primo Carnera, orgoglio del regime. Ma su Cine Comico appaiono anche Tazio Nuvolari, Achille Varzi e altri assi del volante:





Solo una volta, Milt Gross ha l’onore della prima e dell’ultima pagina, mentre Braccio di Ferro mai:





Non riesco a trovare, per quante ricerche abbia fatto nei miei scaffali, dove è stato pubblicato un articolo di Alfredo Castelli che parlava di una striscia di Carnera disegnata da… Carnera! Che sia quella del numero che segue? Non mi pare che sia attribuibile a Cossio:



Col n. 53 del 20 giugno 1935, tornano, in prima pagina, le serie inglesi, e ciò benché Boob MacNutt sia sempre in forza a “Cine Comico”. Perché questa scelta autolesionista? Mistero.





Solo alla fine, quando gli scoraggianti dati di vendita non lasciano scampo, si decide di utilizzare Bob come attrazione principale. Non Popeye, e questo è davvero imperdonabile. Il marinaio di Segar, anzi, appare a singhiozzo e dopo il n. 64, inspiegabilmente, scompare. Lo ritroveremo nel 1938 su “Jumbo”, prima che tutti i fumetti KFS della SAEV passino in blocco a Mondadori, che li pubblicherà su “Paperino” e su “Topolino”.







Col n. 63, “Cine Comico” viene ridimensionato, sia nel formato (dimezzato) che nei contenuti. Rimane, fino al n. 84, Boob Mac Nutt; appare anche qualcosa di nuovo, come Laura, topper di Felix The Cat di Pat Sullivan (Otto Messmer), e ancora Billo Billo, ancora di Goldberg:







Per le restanti uscite, va sempre peggio, fino a cose veramente tristi, quasi imbarazzanti:



Comunque la mia collezione di Bombolo – Cine Comico corre ininterrotta fino al n. 62; dei fascicoli successivi, in piccolo formato, ho solo una manciata di numeri, compreso il solo “guscio” dell’ultimo, il 102, che ho già messo in linea.

La storia finisce qui, con questo malinconico trafiletto:




Tutti gli altri particolari, sul nuovo numero del “Notiziario GAF”.

Considerazioni collezionistiche e finali:

Come già detto all’inizio, la collezione di “Bombolo – Cine Comico” è di straordinaria rarità. D’altronde non è neanche di gran valore collezionistico, visto il mercato di “nicchia nella nicchia” di queste testate. Però è certamente, quanto meno per quanto riguarda “Cine Comico”, di enorme interesse storico e artistico. Un indice sicuro al 100% è ancora impossibile, perché anche mettendo insieme le fumettoteche di ben tre collezionisti, non si ottiene una collezione veramente completa.

venerdì 13 novembre 2009

BOMBOLO – CINE COMICO (seconda parte)

Il Fumetto umoristico inglese dalla fine dell’Ottocento agli anni Trenta ha un suo fascino particolare. Ebbe la “sfortuna” di approdare in Italia pochi mesi prima dello stravolgimento estetico-emotivo causato da Flash Gordon, Mandrake e compagni, nel 1934/35, e quindi apparve invecchiato di colpo. Inoltre, le lunghe didascalie in testo, quasi sempre superflue, ne appesantivano la lettura in modo insopportabile. In Gran Bretagna, quel modulo espressivo sopravvisse a lungo, ben oltre la Seconda Guerra Mondiale. Aveva la grazia un po’ perversa delle cose immutabili, ma alcune serie, come quelle che vi propongo, appaiono ancora oggi sorprendentemente “moderne”.



Su Bombolo e Stinchi ha scritto un bellissimo commento Luca Boschi, facendoci balenare fascinosi flashback italo-inglesi. Sergio Lama, sul prossimo Notiziario GAF, li lascia senza attribuzione. Io potrei azzardare che si tratti della serie Little Willie and Tiny Tim, che è una derivazione dei classici Weary Willie And Tired Tim, creati nel 1896 da Tom Browne per “Illustrated Chips”. Negli anni Trenta, entrambe le serie erano disegnate da Percy Cocking. O, almeno, così si evince da: 100 anni 100 eroi – Il Fumetto inglese di Denis Gifford, pubblicato nel novembre 1975 come n. 21 della rivista “Comics”, organo dell’allora Salone dei Comics di Lucca. Su un antico numero de “Il Fumetto” c’è un saggio analogo di Ezio Ferraro, vedrò di controllare anche lì.



I grandi film illustrati è una delle prime opere di Carlo Cossio. In uno degli ultimi post sul Vittorioso abbiamo già incontrato questo prolificissimo autore, membro di un terzetto familiare che realizzava gran parte del Fumetto italiano, tra le due guerre. Cercherò una sua biografia attendibile, per proporvela in uno dei prossimi post.
La SAEV di Lotario Vecchi fu, negli anni Trenta, la vera incubatrice del Fumetto italiano: ebbero lì i loro natali artistici non solo Carlo Cossio, ma anche Gianluigi Bonelli, per dire. Il tratto di Cossio è già maturo sul numero 18 di "Bombolo", in queste parodie dei grandi successi di Greta Garbo (qui Grata Gherbo, poi riprenderà il suo nome originale:








Wallà Peri è – ovviamente – Wallace Beery, gran divo della Hollywood anni Trenta, ispiratore di Pietro Gambadilegno. Era uso comune, all’epoca, storpiare, italianizzandoli, i nomi dei divi, con gustose varianti regionali: a Firenze, Spencer Tracy era “Spezza Trenci”, dove il “trenci” era il cappotto britannico, il trench.






Laurel e Hardy di George W. Wakefield imperversano un po’ in tutti I numeri di Bombolo, e in occasione del successo del film Fra’ Diavolo (The Devil's Brother, 1933) occupano la copertina con un potente “strillo”:


venerdì 30 ottobre 2009

Giorgio Bellavitis e gli altri – terza parte

Ho pochissime notizie di Armando De Amicis, disegnatore “vecchio stampo”, ma molto interessante, che nel 1953 disegna, su testo dell’ubiquitario Eros Belloni, la storia di ambientazione medievale L’albero maledetto:



Non so se quello che sto per fare è “netiquettamente” corretto, ma una semplice ricerca del nome di De Amicis su Google, mentre scrivevo le poche righe sopra, ha prodotto un pdf assai illuminante, sul Vittorioso e sulla sua straordinaria importanza storica e artistica. Gianni Brunoro, probabilmente il critico italiano di fumetti più attento al fumetto classico, ha scritto, su una pubblicazione intitolata Il senso dei comics per il Vitt che fa parte del bel sito Giornalismo e Storia, le seguenti condivisibilissime considerazioni:

“Una di queste «cose» ignorate o misconosciute è il valore avuto dal settimanale Il Vittorioso (presente in edicola dal 9 gennaio 1937 al 29 ottobre 1970, quando sospese le pubblicazioni dopo aver assunto da qualche anno il più guizzante titolo di Vitt: ossia il nomignolo confidenziale con cui da sempre lo chiamavano i suoi lettori) nella formazione di una vera e propria «scuola» del fumetto italiano. Dalla quale sono usciti nominativi di grande valore, alcuni tuttora attivi sulla nostra scena fumettistica (come per esempio lo scrittore Claudio Nizzi, subentrato da anni a Gianluigi Bonelli come principale sceneggiatore di Tex Willer, colonna portante del fumetto di casa nostra; o il disegnatore Renato Polese, assiduo collaboratore di più collane dell’editrice Bonelli). Il Vitt è stato importante per aver saputo valorizzare i nuovi talenti che – specie negli anni Quaranta e Cinquanta – si andavano formando nello scenario della nostra, come dire?, creatività fumettistica.”
Parlando poi di De Luca, Brunoro poi dice:
“Non tanto, dunque, è o era misconosciuto De Luca, quanto poco nota a livello critico (essendo ormai uscita quasi sessant’anni fa e mai più riproposta) una sua opera specifica, Gli ultimi sulla Terra, che può essere assunta a contestuale metafora sia della eccellenza di lui in quanto disegnatore, sia del ruolo di “scuola” sostenuto dal settimanale Il Vittorioso. Si tratta di un racconto purtroppo non conosciuto, in specie, proprio dai critici di fumetti: ciò che renderebbe opportuno riproporne una ristampa. Proprio per la sua particolare valenza. È opportuno cominciare alla lontana, affermando che al settimanale Il Vittorioso è il caso di attribuire, insieme agli altri meriti, anche un qualche importante ruolo di giornale per ragazzi dal valore unico nel contesto e per il processo evolutivo del fumetto italiano.”
Ma torniamo ai “minori” (in senso squisitamente relativo) del Vittorioso, intorno alla seconda metà degli anni Cinquanta. Carlo Boscarato è un altro grande artigiano del Fumetto, anche lui, come D’Antonio, collaboratore dello Studio Dami. Boscarato ha una sua voce di Wikipedia che segnalo volentieri, anche se ho imparato a fidarmi poco di questa forma di pseudo-conoscenza internettiana. Conosciuto soprattutto per la serie western di Larry Yuma, con testi di Claudio Nizzi, ben altrimenti noto, Boscarato è stato una vera colonna portante del "Giornalino". Sul Vittorioso, nel 1955, disegna su testi di Mario Basari la storia Il capitano Mike:



Antonio Canale e Carlo Cossio “minori” non lo sono davvero: anzi, sono stati, certo in modi assai diversi, due veri Giganti del Fumetto italiano, fin dal remoto Anteguerra. Però si possono definire sicuramente dimenticati, al pari di tanti altri…

L’Amok di Antonio Canale, giustiziere in maschera dei primi anni Cinquanta, è stato un grandissimo successo commerciale. Ma abbiamo incontrato questo autore, sul Vittorioso, già nel 1937, con La piuma verde, su testi nientemeno che di Gianluigi Bonelli. Nel 1951, su testi di Adamante, disegna Scacco a Sigma 3, col suo tipico stile eccessivo, barocco, quasi malato:



Carlo Cossio, insieme al fratello Vittorio, è stato forse il più prolifico disegnatore italiano, fra il 1938 e la metà degli anni Cinquanta. Sua è la parte grafica di Dick Fulmine, su testi di Vincenzo Baggioli, a torto o a ragione considerato l’”eroe fascista” per eccellenza. Ma Carlo Cossio è importante anche e soprattutto per la sua lunga collaborazione a “L’Intrepido” (vedremo in seguito, spero) e per la sterminata serie di albetti minori e minimi, molto rappresentativi di un particolare periodo editoriale, quello dell’immediato secondo Dopoguerra: come il beffardo Tanks, l’uomo d’acciaio, su testi di Stanis La Bruna, e in seguito di successi come Kansas Kid e Buffalo Bill.

Il curioso …E Ascanio regnò, del 1957, su testi di Sandro Cassone, sembra preso pari pari da “L’Intrepido” Anteguerra: un caso di stile… fuori tempo massimo:




Anche il fratello Vittorio è una presenza ubiquitaria, nel Fumetto italiano a cavallo del secondo conflitto mondiale e oltre: sua è la massima parte dei disegni di Furio Almirante, per dire, personaggio creato da Andrea Lavezzolo per “L’Audace” nel 1940, durante la gestione Bonelli. Ma fare solo un elenco dei fumetti di Vittorio Cossio, considerando anche le serie umoristiche per testate quali “Il Travaso”, occuperebbe intere… pagine elettroniche. La storia Il cavaliere del falco, del 1957, è esemplificativa del suo stile “moderno”, chiaroscurale e dinamico, agli antipodi rispetto a quello di Carlo. Notate, fra le lettere in redazione, un proto-collezionista di fumetti in cerca di vecchie annate del settimanale.
 


Parlando di “artigiani” del Fumetto, tale qualifica si attaglia alla perfezione a Franco Chiletto, classe 1897, anche lui prolificassimo autore, attivo fin dagli anni Venti e nell’Anteguerra “classico” collaboratore fisso di “Topolino”, con le riduzioni salgariane già iniziate da stelle della Nona Arte come Guido M. Celsi e Rino Albertarelli. Nel 1951, sul Vittorioso, la storia Il tesoro degli Armagnac è perfettamente in linea con tali produzioni, e quindi con uno stile decisamente attardato:
 

 
Ruggero Giovannini, invece, assai più giovane, lo abbiamo incontrato nell’immediato Dopoguerra, sul Vittorioso, con varie storie, fra cui la serie di Jim Brady che è probabilmente il primo fumetto “americano” della testata. L’invincibile spada, del 1955, è un tipico esempio delle storie medievaleggianti in cui questo versatile autore, abile anche nel noir, era maestro: