Alla prossima, col nuovo “grande autore” del Vitt 1952, cui accennavo in chiusura due post fa.

Fumetti classici, italiani e non: dalla fine dell'Ottocento al 1970 circa. O anche più recenti, perché la "classicità" è soprattutto una categoria estetica.


La lezione del suddetto maestro americano, e anche quella del suo emulo Frank Robbins, si svela invece prepotente nel 1952 in una storia del tutto particolare, Un uomo contro il mare:
Ricordate i “fumetti verità” del Corriere dei Ragazzi, nel 1971/75? Li abbiamo visti in un vecchio post . Quest’opera, su soggetto di Piero Salvatico (che Perogatt dice fosse anche l’autore della Posta Vitt) ne è un’antesignana. L’idea di utilizzare il Fumetto non solo come mezzo di intrattenimento – o forma d’arte fine a se stessa – ma anche come forma di giornalismo visuale, era nel 1952 decisamente precorritrice. Giovannini contribuisce con un segno di grande realismo decisamente degno della syndication americana del periodo.
Sorprendente, per l’originalità grafica e per l’ambientazione sarda assai realistica, la storia Il bosco di nessuno, su testi di Eros Belloni e disegni di Carlo Boscarato. Mi pare che meriti un attimo più di attenzione:
Dotato di uno stile decisamente personale, fra questi minori del Vittorioso (“minori” forse allora, fra tanti giganti: oggi sarebbero tutti primi della classe) è Gino D’Antonio, che sarà attivissimo in seguito e certo non solo sul Vitt:
Per Renato Polese, anche lui prolificassimo autore degli anni Cinquanta (e Sessanta) ci viene in aiuto una scheda pubblicata proprio sul Vittorioso, che anche nel dare dignità autoriale ai propri collaboratori, dimostra in questo periodo una notevole sensibilità. A proposito: non ho mai citato il sito degli Amici del Vittorioso , che contiene molte informazioni utili. Rimedio adesso.
Nel 1950, su soggetto di De Barba, Giorgio Bellavitis disegna per Il Vittorioso il suo primo “cineromanzo”, I cavalieri del corvo, di ambiente medievaleggiante (come gran parte della sua produzione successiva).
Ma la star del Vittorioso, in questo periodo, sullo stesso piano di popolarità di Jacovitti e Caprioli, è senz’altro Giovanni De Luca. Ho accennato a lui in qualche post precedente. Con la sua produzione del 1950-51, raggiunge un primo apice della sua innovativa arte grafica. Un ottimo esempio è L’impero del Sole, solo apparentemente un pastiche azteco-atlantideo, e comunque i luoghi comuni che affronta, insieme all’onnipresente sceneggiatore Roudolph (dovrò prima o poi trovare qualche notizia su di lui) anticipano di cinquant’anni gli abusatissimi temi cinematografici d’oggidì.
La sfinge nera si basa quasi esclusivamente sulle suggestioni scenografiche, quasi da quinte teatrali, di De Luca: molti anni dopo, sul “Giornalino”, vedremo gli estremi sviluppi di questa particolare (e assai originale) visione dello spazio scenico da parte di De Luca.
Solo apparentemente più convenzionale, ma ricercatissima dal lato puramente pittorico, è la lunga storia Il tempio delle genti, pubblicata a fine 1950: notate l’uso del chiaroscuro, che spesso De Luca abbandonerà in favore di una sua originale “linea chiara” e poi di un pointillisme affine a quello di Caprioli ma risolto in chiave espressionista, invece che naturalistica.
Nei prossimi post vedremo l’evoluzione, rapidissima, dello stile di questi autori nel corso del biennio 1951/52.


Caprioli fa uso, evidentemente, di fotografie e di documentazione di prima mano. Ma la cosa più affascinante è l’aspetto crepuscolare della sua opera, con suggestioni macabre che rimandano a suoi disegni inediti degli anni precedenti, riprodotti in varie monografie, ultimo il già citato saggio di Brunoro-Caprioli:
Niente male, eh? C’è anche un rappresentante dei suoi… datori di lavoro. E l’anno è addirittura il 1941! L’immagine è tratta dal testo che segue, un raro fascicolo, illustratissimo, edito nel 1984. Termino con la copertina del bel saggio di Luigi Bernardi e Paolo Ferriani, edito nel 1988, terza – ed ultima – voce della striminzita bibliografia del Maestro di Mompeo. Ma noi torneremo presto su di lui, e a varie riprese.


Anche il formato della tavola viene spietatamente ridotto, ed è francamente difficile, in pagine sempre più spartane (e disegnate un po’ più sbrigativamente, si capisce) cogliere appieno l’arte di Craveri:

La sorte editoriale di Craveri, che si isola sempre più nella sua pedemontana Carmagnola, mentre Jacovitti è ormai stabile a Roma, a stretto contatto con la redazione del Vitt, è ancora altalenante, in questo biennio. D’altra parte Jacovitti, il nuovo re, ha sinceri sentimenti di riconoscenza e di affetto nei confronti dell’anziano monarca: lo dimostrerà del resto vent’anni dopo, quando aiuterà lui e la famiglia nei giorni più tristi. Un paio di storie, o poco più, vengono ancora impaginate in grande formato e a colori:
La vera e propria mazzata arriva a fine 1950, quando un terzo “pupazzettista” si affaccia alle pagine del giornale, e con una verve tale che sembra voglia fare le scarpe a entrambi, Jacovitti e Craveri. Si tratta di un giovane Lino Landolfi. Ne vedremo delle belle, in tutti i sensi. Intanto, una pagina d’assaggio:
Insieme all’annata 1951 del Vittorioso, conservo anche questo “pieghevole”, distribuito dall’AVE nelle parrocchie (e probabilmente non solo). A leggerlo passa un brivido lungo la schiena, e si avverte l’acre odore della guerra fredda. Ma stavolta la politica non c’entra affatto: è guerra, sì, ma moralistica; non conta affatto la politica, in questa lunghissima lista di pubblicazioni a fumetti ma il maggiore o minore allineamento ad una visione della letteratura per ragazzi esclusivamente edificante, in cui i personaggi “buoni” devono esserlo senza mezze misure e incarnare gli ideali purissimi, possibilmente cristiani. I “cattivi”, d’altra parte, non debbono mai mostrare gli aspetti veramente truci, disturbanti, della loro personalità… E niente sesso, per carità, nemmeno un lontano accenno!