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domenica 14 febbraio 2010

Jumbo – sesta parte


Jumbo è anche la culla del Fumetto italiano “moderno”. È vero che autori come Antonio Rubino e Attilio Mussino sono attivi sul Corriere dei Piccoli fin dal 1908, e che nel 1933, personaggi come Il signor Bonaventura di Sergio Tofano hanno quasi vent’anni di “carriera” alle spalle. Ma Jumbo, come si è visto e come vedremo, è un crocevia fondamentale, un momento di svolta: il giornalino esce proprio quando, soprattutto negli Stati Uniti, le cose cambiano drammaticamente e le novità si susseguono in modo parossistico, pronte a invadere il nostro mercato. Su Jumbo, fra il 1933 e il 1936, alcuni giovani autori italiani colgono questo poderoso vento di novità e sperimentano nuovi linguaggi, nuove forme grafiche e nuovi contenuti, un po’ imitando le strisce d’Oltreoceano, un po’ creando cose originali.

Gli inizi non sembrano granché promettenti. Fra i primissimi italiani, c’è un non meglio identificato Amadio, dallo stile simile a quello del celebre Yambo (Enrico Novelli), con una storiella dal sapore quasi ottocentesco:



Nello stesso 1933 appare un nome che pochi anni dopo, in casa Mondadori, farà faville. Si tratta nientemeno che del capostipite degli sceneggiatori italiani di fumetti “avventurosi”, ovvero il grandissimo Federico Pedrocchi:


Le “Visioni romane” di Pedrocchi sono quanto meno imbarazzanti, dal lato dei testi, e graficamente e strutturalmente sono solo approssimative imitazioni dei fumetti inglesi. Non lascerebbero presagire nulla di buono. Pedrocchi è un mediocre disegnatore, abbandonerà presto matita e pennello per dedicarsi alla macchina da scrivere.
Va un pochino meglio con la serie de I Fratellini, celebri clown dei primi del Secolo scorso:



Su I Fratellini in carne ed ossa, trovate notizie interessanti qui; gli artisti sono rammentati con struggente malinconia anche nel film di Federico Fellini I clowns. Federico Pedrocchi, ormai passato stabilmente alla sceneggiatura, nel 1935 favorirà la pubblicazione, su “I tre Porcellini”, di un altro fumetto su quella famiglia di clown. Ma di questo ed altro, magari, parleremo in seguito, quando Pedrocchi diventerà il punto di riferimento del Fumetto italiano.

Altro grande autore, presente sulle pagine di Jumbo fin dal 1933, è Pier Lorenzo De Vita. Conosciuto oggi quasi esclusivamente per i suoi fumetti disneyani, è stato attivo con serie umoristiche sul Corriere dei Piccoli (Martin Muma) e altrove. Su Jumbo, nel 1934, pubblica Le gaie prodezze di Tic e Tac:





In seguito, Pier Lorenzo De Vita sarà tra i primissimi a “convertirsi” al Fumetto “avventuroso” di ispirazione statunitense, con esiti notevolissimi e quasi sperimentali, specie sulle testate Mondadori, su soggetti giust’appunto di Pedrocchi (La Primula Rossa del Risorgimento, Saturnino Farandola, ecc.).



Ma chi è, Lotario Vecchi? Chi, i suoi primi collaboratori? Il blogger Fabrice mi ha scritto segnalando il suo interessante post su Comics Vintage in cui si è occupato dell’edizione francese di Jumbo: in effetti Vecchi, col marchio SAEV, distribuisce le sue pubblicazioni sia in Europa che in America latina. Ezio Ferraro, nella sua monografia Lotario Vecchi editore, pubblicata come supplemento alla rivista Comics (in realtà è il n. 14 dell’anno X, dicembre 1974), racconta nei particolari l’avventurosa storia di Lotario, nato nel 1888 a Parma, trasferitosi giovanissimo in Spagna, dove inizia l’attività di editore di “dispense” (i fascicoli settimanali con romanzi d’appendice). Vecchi si circonda di familiari e connazionali, e ne spedisce alcuni in vari Paesi, non solo di lingua spagnola, consolidando un vero e proprio impero: Portogallo, Brasile, Argentina, Cile, Cuba, Uruguay, Messico… La storia del fratello Arturo, fondatore di un altro impero con centro a Rio de Janeiro, è degna di un romanzo.
Lotario Vecchi, nel primo Dopoguerra, fa base in Germania, a Lipsia, città dalla quale spedisce un’enorme quantità di pubblicazioni in lingua spagnola, via Monaco e Amburgo, fino in Sud America!



Ma dicevo che la SAEV è la culla del Fumetto italiano: è una storia fatta di persone e di sigle editoriali oggi celebri, che in un modo o nell’altro fanno capo a Lotario Vecchi. Quando questi rientra in Italia, nel 1923, a Torino assume come semplici piazzisti i fratelli Pacifico (Cino), Domenico (Mimo) e Alceo Del Duca, futuri editori in proprio (L’Intrepido, Il Monello). Nel 1929 cerca di lanciare un clone del Corriere di Piccoli in Brasile, Mundo Infantil, senza successo. Nel 1932, per il lancio in Italia di Jumbo, acquista i diritti dei fumetti inglesi dell’Amalgamated Press, rappresentata in Italia dall'agenzia Helicon, diretta da Umberto Mauri e controllata da Mondadori: è così che il colosso milanese, indirettamente, si avvicina al Fumetto. Fra i primi collaboratori di Jumbo, abbiamo visto, ci sono Federico Pedrocchi e il misterioso Enwer Bongrani, possibile autore dei “falsi” di Lucio l’avanguardista. Ma fra impiegati e tipografi incontriamo i nomi di Agostino Della Casa e Gino Casarotti (futuro editore col marchio Dardo), che nell’Anteguerra lanciano la casa editrice Juventus e il personaggio di Dick Fulmine, che rifluirà anche sull’Audace SAEV e Mondadori. E poi Gino Arcaini, fino al leggendario Gian Luigi Bonelli, che ad un certo momento prenderà saldo il timone nelle sue mani…


mercoledì 3 febbraio 2010

Jumbo – terza parte

Annata 1933



I tre numeri del 1932, usciti a dicembre di quell’anno, vanno letteralmente a ruba. Nel 1933 la numerazione ricomincia da 1, e corre ininterrotta fino al n. 306 del 1938. Nel primo anno di vita, Jumbo cambia pochissimo la sua impostazione grafica: dal n. 18 del 6 maggio, la prima pagina è a colori (quadricromia):



Il lettering dei fumetti ben presto passa dal manuale alla composizione tipografica: una caratteristica che resterà peculiare delle edizioni SAEV e affiliate, e che ben pochi altri editori imiteranno, anche nel Dopoguerra. Anzi, si può dire che, in questo, Lotario Vecchi abbia alquanto anticipato i tempi, benché nel 1933 non potesse certo prevedere l’attuale lettering affidato al computer!


I personaggi inglesi che abbiamo già visto, durante il 1933 proseguono tranquillamente le loro avventure. Per loro mi viene in aiuto un’approfondita ricerca di Giorgio Salvucci, I fumetti inglesi, apparsa su “Fumetto” n. 16 del dicembre 1995. Per quanto riguarda Little Snow Drop di Frank Jennens, che abbiamo lasciato in sospeso nell’ultimo post, posso aggiungere che la serie (si concluderà sul n. 17 di Jumbo) aveva avuto origine nel 1927 sul britannico “Tiny Tots”, mentre altri fumetti di Jennens appariranno sulle testate SAEV fino al 1938.

Nel numero 18 (durerà fino al n. 54 del 1934), inizia la pubblicazione di Povera bimba, senza mamma, sola nel mondo (tutto un programma!), ovvero Poor Little Lone Girl di Louis Gunnies:



Ma Jumbo vive le sue fortune soprattutto su Lucio l’avanguardista, ovvero il già citato Rob The Rover di Walter Booth. Le sue avventure, benché datatissime, per la mancanza dei balloons e lo stile grafico ottocentesco, sono ancora affascinanti e godibili. Nel 1933, e fino al dicembre di quell’anno (vedremo presto perché) offrono ai lettori grandi fremiti avventurosi e suggestive, dettagliatissime ambientazioni esotiche:








Il 28 ottobre, durante il ventennio, è l’annuale della marcia su Roma (1922), ed è festa nazionale. La redazione di Jumbo, per l’occasione, ricorre nuovamente all’abilissimo – ignoto – disegnatore, e fa ritoccare pesantemente la tavola che segue, in cui Rob The Rover/Romano Roveri viene accolto, con tutti gli onori, addirittura… alla sede del Fascio di Londra! Sarei curiosissimo di vedere la versione originale di questa tavola (come di altre), ma i fumetti inglesi d’Anteguerra sono un giacimento inesplorato e ancora sostanzialmente irraggiungibile…


Annunciata da una campagna pubblicitaria che prevede anche la distribuzione nelle edicole di un volantino gratuito, alla fine dell’anno Jumbo inzia le pubblicazioni di Colomba Bianca, regina dei Navajos, che secondo me è alla base del Fumetto western italiano. Gian Luigi Bonelli, nel 1933 è già in forze alla SAEV, come redattore, e vedremo presto le sue prime prove come soggettista e sceneggiatore. Difficile non vedere in Colomba Bianca una progenitrice della Lilith di Tex Willer:






Colomba Bianca (ricorro sempre al citato saggio di Salvucci) è White Dove, Chief of The Chekoways opera di Sidney Pride, apparsa sul settimanale Crackers in quello stesso 1933. Pride è autore anche di Ken, il tamburino di Drake, che ha esordito sul primo numero di Jumbo. Colomba Bianca, benché sia più un romanzo illustrato che un fumetto (ma le vignette sono sequenziali) ha un immediato successo. Peccato che la concorrenza a Jumbo sia già agguerrita, e che l’ultima settimana del 1933 riservi una grande sorpresa… Ma ne parleremo più avanti.

lunedì 11 gennaio 2010

Il Vittorioso 1962-1966: D’Antonio, Giovannini, Paparella…


Tre autori, attivi negli ultimi anni del Vittorioso, non sono certo da considerarsi “minori”, per quanto appartengano al gruppo che assicura al settimanale il grosso della produzione di fumetti (autoconclusivi e non).

Di Gino d’Antonio ho già scritto qua. È uno degli autori più “americani”, a proprio agio con le storie di ambientazione contemporanea. Ma è anche abile nei “kolossal” in costume, in questo somigliando un po’ al grande Gianni De Luca. L’ultimo suo exploit sul Vittorioso, prima di passare alla Bonelli (all’epoca Cepim) con la celebre Storia del West, è infatti l’epico Alessandro:






Ruggero Giovannini è stato uno delle colonne del Vittorioso, fin dalla ripresa postbellica, nel 1945. Il suo Jim Brady, pubblicato in quell’anno, è forse il primo eroe del settimanale di taglio “moderno”, che si rifà apertamente alla scuola americana del Fumetto realistico e noir. Anche lui, al crepuscolo del Vittorioso, si impegna con ambientazioni medievaleggianti. La disfida è un episodio affascinante, soprattutto per certe suggestioni “magiche”. Ma l’avventura di Giovannini, prima di passare con successo ad altri lidi (principalmente Il Giornalino, ma anche il Corriere dei Piccoli), si conclude con un “realistico” Oro Proibito:











Di Raffaele Paparella, attivo fin dagli anni Trenta, mi ripropongo di parlare più estesamente nel prossimo futuro. È fra gli autori più colpevolmente trascurati (e sottovalutati) del Fumetto italiano, e sì che è stato attivissimo, non solo sul Vittorioso – fin dai primi anni – ma anche nel giro del Fumetto “popolare”, a partire dal Pecos Bill mondadoriano del 1949. Paparella non ha neppure una pagina di Wikipedia; notizie su di lui, almeno in rete, sono assai scarne. Cercherò, come ho detto prima, di rimediare.
A proprio agio con ogni tipo di ambientazione, da quelle più moderne alle storie in costume, Paparella sa dipingere con grande abilità grandi vignette “panoramiche” dense di minuti particolari ma è maestro anche nelle scene d’azione. Gli esempi che riporto di seguito credo siano eloquenti.
Dopo la chiusura del “Vittorioso”, Raffaele Paparella, almeno a quanto mi ricordo, non pubblica più fumetti, per lo meno in Italia. C’è comunque un numero speciale di Fumetto (ANAFI), il numero 48 del 2003, dedicato al Nostro, a cui ovviamente attingerò.












lunedì 13 aprile 2009

Il Vittorioso 1942/43

Le fortune del Vittorioso, artistiche e commerciali, seguono la falsariga delle altre testate a fumetti coeve, sia pure in una “corsia preferenziale” offerta dalla distribuzione parallela del circuito parrocchiale: le sanzioni antiamericane del 1938 ovviamente non toccano il “sempre più bello”, come orgogliosamente si autodefinisce il settimanale, ma le altre imposizioni, che riguardano la percentuale di fumetti e testo, costringono la redazione a modificare il menabò del giornale, appesantendolo con molte rubriche scritte e sacrificando alcune tavole. Nel 1939, con L’avventuroso in piena forzata crisi e Topolino che sta ancora affinando le armi per supplire alla mancanza delle serie americane, Il Vittorioso ha una finestra di notevole popolarità.
L’entrata in guerra dell’Italia non porta inizialmente a visibili cambiamenti, ma la penuria di carta e le conseguenze dei primi bombardamenti si fanno sentire già alla fine del 1941, quando il settimanale modifica il suo formato, con un brevissimo esperimento quasi tascabile, per assestarsi poi su una dimensione inferiore a quella degli anni precedenti, ma sempre in linea con le forme del “giornale” classico:
Nel 1941, L’avventuroso recupera alcune sue serie classiche americane, en travesti (lo vedremo magari a suo tempo) e Topolino è lanciatissimo con la sua formidabile squadriglia di grandi autori italiani. Gian Luigi Bonelli reagisce assoldando un altro grandissimo disegnatore, Raffaele Paparella, che in seguito passerà a Mondadori:
Anche il giovane Walter Molino viene cooptato, ma il prolificissimo autore “tira via”: d’altra parte in quegli anni lavora quasi in contemporanea anche per L’intrepido e Argentovivo! mentre i suoi capolavori li riserva, nel 1939, al neo-mondadoriano Audace, specie col leggendario ciclo di Virus.
Il 7 dicembre 1941 gli Stati Uniti entrano in guerra. Nuove disposizioni governative, stavolta dirette a colpire, più che le importazioni straniere, il Fumetto nella sua struttura intima, interessano anche Il Vittorioso: viene proibito l’uso della “nuvoletta”, ovvero il demo-plutocratico balloon. Ogni editore corre ai ripari a suo modo: Mondadori, furbescamente, si limita a spostare i dialoghi in calce alle vignette e a togliere semplicemente il contorno della nuvoletta; il Vitt ricorre invece a pesanti didascalie. Jacovitti, a metà di Forza Pippo, trova una sua originale strada, tutta visuale:
Intanto, ad aprile, Jacovitti conquista l’onore dell’ultima pagina, a colori, con la sua prima storia di grande respiro: Alì Babà e i quaranta ladroni. Un colpo durissimo per Craveri, relegato all’interno del settimanale, e un’opportunità straordinaria per il giovanissimo Jac, che per l’occasione dà sfogo a tutta la sua potente carica surreale. In questa peraltro acerba storia, in nuce, ci sono già elementi strutturali del grandissimo Jac degli anni a venire.
A parte Craveri e Jacovitti, nel 1942 c’è ben poco d’altro, sul giornale. Caesar è richiamato in guerra, sul fronte africano, dal quale invia le sue collaborazioni sia al Vitt che a Topolino:
Eroismi e medaglie d’oro si sprecano, poi, quando le sorti belliche dell’Asse cominciano a declinare, la propaganda si dirada. Col 1943, e i terribili bombardamenti angloamericani che distruggeranno mezza Italia, si apre il più terribile biennio della Storia nazionale. Gli Alleati sbarcano in Sicilia; il 25 luglio cade il Fascismo, l’8 settembre il governo Badoglio firma l’armistizio, ma l’esercito e tutto lo Stato si sbandano, ed entro la metà del mese i nazisti liberano Mussolini dalla prigionia e gli impongono la direzione di una repubblica-fantoccio, a nord della linea del fronte. L’Italia è spezzata in due. Il Vittorioso, come gli altri giornali a fumetti, cerca di resistere. Lo stakanovista Jac disegna in contemporanea le storie in nero e quelle a colori, mentre collabora anche alla concorrenza. Celebra la vittoria dell’editore in una causa civile intentata alla redazione dagli eredi di Salgari:



Tutto questo forsennato lavoro porta ad una maturazione precoce dello stile di Jacovitti: ben presto, infatti, il non ancora ventenne autore è padrone assoluto di varie tecniche, dalla mezza tinta al tratteggio, ed affolla le sue tavole con un caos controllato che ormai ha raggiunto vette artistiche.

In Caramba (febbraio/dicembre 1943), storia che sarà interrotta dagli eventi bellici, c’è già una premonizione di Zorrykid:
Ma le cose precipitano. A settembre, quasi tutti i settimanali ancora in edicola spariscono dalla circolazione. A dicembre, sia Il Vittorioso che Topolino e L’Intrepido mettono in giro – ma sono reperibili per lo più alle edicole delle stazioni ferroviarie – pochi numeri già stampati, con le date corrette:

Poi basta. A differenza degli altri settimanali, Il Vittorioso sarà già in grado di tornare in edicola a giugno, in modo assai avventuroso. Intanto però Craveri è bloccato a Torino, nel territorio della RSI, e Jac, per sfuggire alla leva repubblichina di Graziani e ai rastrellamenti dei tedeschi, si nasconde a Firenze. Ma mentre il primo non può lavorare, il secondo ha già consegnato una montagna di materiale in redazione, e ad alcune storie, forse, fa addirittura passare le linee con qualche spericolato corriere…