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lunedì 26 ottobre 2009

Giorgio Bellavitis e gli altri – seconda parte

Sul Vittorioso, nel suo periodo “magico”, non ci sono solo i grandissimi nomi, come abbiamo del resto già visto. Anzi, fra il 1952 e il 1957 spuntano alcuni disegnatori che sembrano seguire, con notevole originalità, la lezione di Gianni De Luca: ciò inteso nel senso di una notevole modernizzazione del classico stile “avventuroso”, standardizzato in Italia nel Dopoguerra. Anzi, anche qualche autore anziano, con le radici nell’Anteguerra, sembra modificare il proprio stile grafico in questo senso.
Un vero e proprio Gigante del Fumetto naturalistico, al pari di Caprioli e De Luca, è Dino Battaglia. Solo che sul Vittorioso lavora relativamente poco: il suo zenith artistico arriverà qualche anno dopo, prima su “Corriere dei Piccoli” e poi, soprattutto, sul “Giornalino” degli anni Settanta, con opere straordinarie, come Frate Francesco. Sul Vittorioso, Battaglia pubblica alcune storie “in costume”, di grande raffinatezza grafica, come Bersaglieri di Crimea, su testo di Gilardini:





Oppure L’ultimo dei Polignac, su testo del solito Eros Belloni:



Ma la storia memorabile, in questo periodo della produzione di Battaglia, è senz’altro Il Corsaro del Mediterraneo, del 1957, avvincente e perfino epica, specie nella struggente conclusione. Qualcuno forse se la ricorderà nell’antica ristampa anni Settanta sui “Quaderni del Fumetto” edizione Fratelli Spada:





Altro autore dimenticatissimo, eppure di grande valore, è Gino D’Antonio. La storia Due ragazzi e mezza statua, su testi niente affatto disprezzabili di De Barba, è notevole non solo per le atmosfere di “neorealismo rosa”, di cui ho già detto, ma anche e soprattutto per lo stile grafico. D’Antonio è destinato ad un facondo avvenire soprattutto per Bonelli, negli anni Sessanta, con una leggendaria “Storia del West”. In questo periodo è già entrato a far parte dello Studio Dami, che collabora con l’inglese Fleetway: il suo segno è molto vicino alla “striscia sofisticata” americana, e mi pare di scorgere soprattutto l’influsso di John Cullen Murphy, all’epoca disegnatore di Big Ben Bolt (che a quanto pare sarà presto ristampato integralmente, negli USA) e che dal 1970 sostituirà nientemeno che Harold Foster in Prince Valiant:







È veramente curioso che sul Vittorioso della metà degli anni Cinquanta si trovino echi “colti” della sofisticazione americana, considerando il panorama un po’ deprimente del coevo “Fumetto avventuroso”. Ma il settimanale cattolico è un grande laboratorio: soprattutto, e solo apparentemente in modo paradossale, perché privo dei vincoli commerciali (ed economici!) che altrove limitavano la creatività degli autori.
E Giorgio Bellavitis, da cui il titolo di questo post? Il suo tratto spazia con disinvoltura dallo stile “caniffiano” (o forse, meglio, “robbinsiano”) di Giro del mondo senza scalo (1951), al sorprendente realismo (ancora “neo”, per certi versi) di Acqua cattiva, che esorcizza probabilmente il disastro del Polesine, al classico naturalismo da storia “in costume” de Il palio di Siena, su testi del solito Roudolph.






martedì 22 settembre 2009

Giorgio Bellavitis, Giovanni De Luca e gli altri

È stato il blog di Luca Boschi , la scorsa primavera, ad informarmi della morte di Giorgio Bellavitis: che fu partigiano, amico e sodale di Hugo Pratt ai tempi eroici dell’Asso di Picche, e poi collaboratore prezioso del Vittorioso. Un autore di talento, negli anni Quaranta e Cinquanta, che poi aveva lasciato la Nona Arte per dedicarsi con passione e grande successo personale alla sua professione di architetto: viveva nella sua dolce Venezia e forse considerava il Fumetto solo una parentesi secondaria di una vita piena di cose più “serie”. Rimando al ricordo di Luca, col contributo di Piero Zanotto e Gianni Brunoro, per ogni altra notizia ed eventuale approfondimento. Qui mi preme ricordare che la critica di fumetti non ha mai speso un rigo su di lui. Con una sola eccezione: un bellissimo articolo di Claudio Dell’Orso, con intervista, apparso sul numero 13, credo proprio l’ultimo, della dimenticatissima prozine “Nostalgia Comics”, diretta nei primi anni Ottanta da Luciano La Spisa, insieme ad una pregevole ristampa del suo episodio di esordio. Nostalgia Comics chiuse presto, perché troppo indipendente, intelligente e raffinata: si sa come vanno queste cose. Riproduco la copertina di quel numero, senza data. Mi piacerebbe scansionare almeno il testo dell’intervista, ma non vorrei far cosa illecita… Claudio, se mi leggi, batti un colpo.

Nel 1950, su soggetto di De Barba, Giorgio Bellavitis disegna per Il Vittorioso il suo primo “cineromanzo”, I cavalieri del corvo, di ambiente medievaleggiante (come gran parte della sua produzione successiva).
Ma la star del Vittorioso, in questo periodo, sullo stesso piano di popolarità di Jacovitti e Caprioli, è senz’altro Giovanni De Luca. Ho accennato a lui in qualche post precedente. Con la sua produzione del 1950-51, raggiunge un primo apice della sua innovativa arte grafica. Un ottimo esempio è L’impero del Sole, solo apparentemente un pastiche azteco-atlantideo, e comunque i luoghi comuni che affronta, insieme all’onnipresente sceneggiatore Roudolph (dovrò prima o poi trovare qualche notizia su di lui) anticipano di cinquant’anni gli abusatissimi temi cinematografici d’oggidì.

La sfinge nera si basa quasi esclusivamente sulle suggestioni scenografiche, quasi da quinte teatrali, di De Luca: molti anni dopo, sul “Giornalino”, vedremo gli estremi sviluppi di questa particolare (e assai originale) visione dello spazio scenico da parte di De Luca.


Solo apparentemente più convenzionale, ma ricercatissima dal lato puramente pittorico, è la lunga storia Il tempio delle genti, pubblicata a fine 1950: notate l’uso del chiaroscuro, che spesso De Luca abbandonerà in favore di una sua originale “linea chiara” e poi di un pointillisme affine a quello di Caprioli ma risolto in chiave espressionista, invece che naturalistica.

Nei prossimi post vedremo l’evoluzione, rapidissima, dello stile di questi autori nel corso del biennio 1951/52.
Nell’autunno del 1950, Il Vittorioso aumenta il numero delle pagine e modifica l’impostazione della copertina. Scompare la storia a puntate in prima pagina, classica impostazione dei classici “giornali” fino al 1949: al suo posto c’è una grande illustrazione, sullo stile del franco-belga “Tintin”, a cui il settimanale cattolico evidentemente si rifà, almeno dal lato grafico. Il Vittorioso si avvia a trasformarsi in “rivista”, percorso che arriverà a compimento negli anni Sessanta. Parallelamente, stessa evoluzione avrà il “Corriere dei Piccoli”, e dalla nuova forma editoriale scaturiranno poi, idealmente, le “riviste d’autore”. Ma per ora, è un futuro lontano.