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lunedì 27 settembre 2010
martedì 3 agosto 2010
I tre Porcellini 3 – l’Avventura
1935 - 3
Ottant’anni dopo, i comics visti nel precedente post appaiono preziosi reperti di straordinaria bellezza, ma oggi, nel 1935, con L’avventuroso nerbiniano che spopola, non...
Fumetti
Carlo Scaringi,
Charles Flanders,
Corrado Caesar,
Gianluigi Bonelli,
Guido Moroni Celsi,
I tre porcellini,
Mo Leff,
Peter Pat,
Piero Pat,
Robin Hood,
Robottino,
Tex Willer,
Ulceda,
Yambo
domenica 29 novembre 2009
Giorgio Bellavitis e gli altri – quarta parte
Non ci sono, lo sappiamo bene, solo Jacovitti e gli altri “mostri sacri”, sul “Vittorioso”. Grandi autori, oggi ingiustamente dimenticati, affollano le sue pagine. Vediamone alcuni, attivi fra il 1955 e la fine del decennio.
Franco Chiletto, classe 1897, appartiene alla prima generazione degli autori “avventurosi”, quella d’anteguerra. Negli anni Trenta disegna su varie testate, fra cui quelle edite dalla SAEV di Lotario Vecchi: è lì che incontra Gian Luigi Bonelli, che lo traghetta su “Il Vittorioso”, di cui si può considerare uno dei “padri fondatori”. Ma le sue cose migliori le produce per “Topolino” e per le altre testate mondadoriane, negli anni splendidi della direzione di Federico Pedrocchi: la sua opera più impegnativa è sicuramente la continuazione della saga di Faust, iniziata da Rino Albertarelli.In questi tardi anni Cinquanta, Chiletto pubblica alcune storie sul “Vittorioso”, tutte di gran livello artigianale, con un irresistibile sapore d’antan, fra cui La tribù del fuoco spento, su testi di Paolo Vindice:
Un cuore nello spazio, apparsa anonima nel 1958, è attribuita da Giuseppe Matteucci a Mario Guerri (Matteucci è co-autore fella fondamentale guida al Vittorioso del Dopoguerra apparsa come supplemento a "Fumetto" n. 11 del 1994). Molto interessante per la realistica atmosfera postbellica – almeno all’inizio – la storia è in linea con altri esempi “resistenziali”, di cui ho già detto abbondantemente:
Il cavaliere nero, di un ignoto (almeno a me) Peter Jackson, è stata pubblicata nel 1952, ma l’avevo saltata e la propongo adesso, perché molto interessante, quanto meno dal lato grafico:
Ben noto mi è invece Raffaele Paparella, caposcuola di quel “neorealismo a fumetti” nato nell’immediato Anteguerra sulle pagine di “Topolino”. Forse il primissimo esempio del genere è la serie de La compagnia dei Sette, iniziata da Walter Molino e proseguita poi, fino all’alba degli anni Cinquanta, proprio da Paparella. L’autore è ben noto per il suo fondamentale contributo alla saga di Pecos Bill, molto meno per i suoi pregevoli contributi al Vittorioso, improntati a un realismo quotidiano, spesso “rosa” ma con risvolti che sorprendono e a volte sono perfino inquietanti. Nel 1956, Paparella disegna Gli introvabili documenti, un “giallo” su testi di De Barba:
Di notevole interesse, e a volte molto curiose, sono altre storie, sempre pubblicate fra il 1956 e il 1957:
Singolare il contributo di Giuseppe Perego, ben altrimenti noto come "Disney italiano" per la sua interminabile serie di copertine e storie realizzate per il "Topolino" formato libretto, a partire dal n. 43, in cui appare la storia Topolino e il satellite artificiale. Ma Perego ci sorprenderà ancora con sue… insospettabili collaborazioni Sempre, naturalmente, se riuscirò ad andare avanti con gli “scavi archelogici” nella mia collezione. Il messaggero di Ardea è del 1952:
Anche Renato Polese, classe 1927 e ancora oggi attivissimo in casa Bonelli (tutte le strade del Fumetto italiano portano a lui!), frequenta fin dal 1950 la via del Vittorioso al “neorealismo a fumetti”, per approdare poi, nel 1957, al fortunatissimo genere western:
“Bonelliano” di ferro è poi Sergio Tarquinio, famoso fra l’altro per una memorabile Storia del West: nato fumettisticamente con la “scuola argentina” di Pratt e Ongaro, sarà molto attivo negli anni Sessanta per “Superman” e “Batman” gestione Mondadori.
Infine (ma solo per il momento), interessante il contributo al Vittorioso di Nevio Zeccara, di cui vi propongo qualche tavola di fantascienza pubblicata negli anni Cinquanta: Uomini sulla Luna, su testi di Domenico Volpi, guarda un po’ a Hergè e un po’ a Hollywood; La via delle stelle, su testi di Danilo Fiorina, ricorda molto il segno di Victor Hubinon nel contemporaneo Buck Danny, su testi di Charlier. Uomini liberi, del 1957, è sorprendentemente moderna, con una stazione spaziale assai simile a quella kubrikiana di 2001 Odissea nello spazio. Anche se, occorre dirlo, già a quell’epoca si trattava di archetipi stratificati nell’immaginario collettivo.
Fumetti
Federico Pedrocchi,
Franco Chiletto,
Gianluigi Bonelli,
Il Vittorioso,
Mario Guerri,
Nevio Zeccara,
Pecos Bill,
Peter Jackson,
Raffaele Paparella,
Renato Polese,
Rino Albertarelli,
Sergio Tarquinio
venerdì 13 novembre 2009
BOMBOLO – CINE COMICO (seconda parte)
Il Fumetto umoristico inglese dalla fine dell’Ottocento agli anni Trenta ha un suo fascino particolare. Ebbe la “sfortuna” di approdare in Italia pochi mesi prima dello stravolgimento estetico-emotivo causato da Flash Gordon, Mandrake e compagni, nel 1934/35, e quindi apparve invecchiato di colpo. Inoltre, le lunghe didascalie in testo, quasi sempre superflue, ne appesantivano la lettura in modo insopportabile. In Gran Bretagna, quel modulo espressivo sopravvisse a lungo, ben oltre la Seconda Guerra Mondiale. Aveva la grazia un po’ perversa delle cose immutabili, ma alcune serie, come quelle che vi propongo, appaiono ancora oggi sorprendentemente “moderne”.
Su Bombolo e Stinchi ha scritto un bellissimo commento Luca Boschi, facendoci balenare fascinosi flashback italo-inglesi. Sergio Lama, sul prossimo Notiziario GAF, li lascia senza attribuzione. Io potrei azzardare che si tratti della serie Little Willie and Tiny Tim, che è una derivazione dei classici Weary Willie And Tired Tim, creati nel 1896 da Tom Browne per “Illustrated Chips”. Negli anni Trenta, entrambe le serie erano disegnate da Percy Cocking. O, almeno, così si evince da: 100 anni 100 eroi – Il Fumetto inglese di Denis Gifford, pubblicato nel novembre 1975 come n. 21 della rivista “Comics”, organo dell’allora Salone dei Comics di Lucca. Su un antico numero de “Il Fumetto” c’è un saggio analogo di Ezio Ferraro, vedrò di controllare anche lì.
I grandi film illustrati è una delle prime opere di Carlo Cossio. In uno degli ultimi post sul Vittorioso abbiamo già incontrato questo prolificissimo autore, membro di un terzetto familiare che realizzava gran parte del Fumetto italiano, tra le due guerre. Cercherò una sua biografia attendibile, per proporvela in uno dei prossimi post.
La SAEV di Lotario Vecchi fu, negli anni Trenta, la vera incubatrice del Fumetto italiano: ebbero lì i loro natali artistici non solo Carlo Cossio, ma anche Gianluigi Bonelli, per dire. Il tratto di Cossio è già maturo sul numero 18 di "Bombolo", in queste parodie dei grandi successi di Greta Garbo (qui Grata Gherbo, poi riprenderà il suo nome originale:
Wallà Peri è – ovviamente – Wallace Beery, gran divo della Hollywood anni Trenta, ispiratore di Pietro Gambadilegno. Era uso comune, all’epoca, storpiare, italianizzandoli, i nomi dei divi, con gustose varianti regionali: a Firenze, Spencer Tracy era “Spezza Trenci”, dove il “trenci” era il cappotto britannico, il trench.
Laurel e Hardy di George W. Wakefield imperversano un po’ in tutti I numeri di Bombolo, e in occasione del successo del film Fra’ Diavolo (The Devil's Brother, 1933) occupano la copertina con un potente “strillo”:
Fumetti
Bombolo,
Carlo Cossio,
Denis Gifford,
Gianluigi Bonelli,
Greta Garbo,
Laurel e Hardy,
Little Willie and Tiny Tim,
Lotario Vecchi,
Luca Boschi,
Notiziario GAF,
Percy Cocking,
Sergio Lama,
Wallace Beery
venerdì 30 ottobre 2009
Giorgio Bellavitis e gli altri – terza parte
Ho pochissime notizie di Armando De Amicis, disegnatore “vecchio stampo”, ma molto interessante, che nel 1953 disegna, su testo dell’ubiquitario Eros Belloni, la storia di ambientazione medievale L’albero maledetto:
Non so se quello che sto per fare è “netiquettamente” corretto, ma una semplice ricerca del nome di De Amicis su Google, mentre scrivevo le poche righe sopra, ha prodotto un pdf assai illuminante, sul Vittorioso e sulla sua straordinaria importanza storica e artistica. Gianni Brunoro, probabilmente il critico italiano di fumetti più attento al fumetto classico, ha scritto, su una pubblicazione intitolata Il senso dei comics per il Vitt che fa parte del bel sito Giornalismo e Storia, le seguenti condivisibilissime considerazioni:
“Una di queste «cose» ignorate o misconosciute è il valore avuto dal settimanale Il Vittorioso (presente in edicola dal 9 gennaio 1937 al 29 ottobre 1970, quando sospese le pubblicazioni dopo aver assunto da qualche anno il più guizzante titolo di Vitt: ossia il nomignolo confidenziale con cui da sempre lo chiamavano i suoi lettori) nella formazione di una vera e propria «scuola» del fumetto italiano. Dalla quale sono usciti nominativi di grande valore, alcuni tuttora attivi sulla nostra scena fumettistica (come per esempio lo scrittore Claudio Nizzi, subentrato da anni a Gianluigi Bonelli come principale sceneggiatore di Tex Willer, colonna portante del fumetto di casa nostra; o il disegnatore Renato Polese, assiduo collaboratore di più collane dell’editrice Bonelli). Il Vitt è stato importante per aver saputo valorizzare i nuovi talenti che – specie negli anni Quaranta e Cinquanta – si andavano formando nello scenario della nostra, come dire?, creatività fumettistica.”
Parlando poi di De Luca, Brunoro poi dice:
“Non tanto, dunque, è o era misconosciuto De Luca, quanto poco nota a livello critico (essendo ormai uscita quasi sessant’anni fa e mai più riproposta) una sua opera specifica, Gli ultimi sulla Terra, che può essere assunta a contestuale metafora sia della eccellenza di lui in quanto disegnatore, sia del ruolo di “scuola” sostenuto dal settimanale Il Vittorioso. Si tratta di un racconto purtroppo non conosciuto, in specie, proprio dai critici di fumetti: ciò che renderebbe opportuno riproporne una ristampa. Proprio per la sua particolare valenza. È opportuno cominciare alla lontana, affermando che al settimanale Il Vittorioso è il caso di attribuire, insieme agli altri meriti, anche un qualche importante ruolo di giornale per ragazzi dal valore unico nel contesto e per il processo evolutivo del fumetto italiano.”
Ma torniamo ai “minori” (in senso squisitamente relativo) del Vittorioso, intorno alla seconda metà degli anni Cinquanta. Carlo Boscarato è un altro grande artigiano del Fumetto, anche lui, come D’Antonio, collaboratore dello Studio Dami. Boscarato ha una sua voce di Wikipedia che segnalo volentieri, anche se ho imparato a fidarmi poco di questa forma di pseudo-conoscenza internettiana. Conosciuto soprattutto per la serie western di Larry Yuma, con testi di Claudio Nizzi, ben altrimenti noto, Boscarato è stato una vera colonna portante del "Giornalino". Sul Vittorioso, nel 1955, disegna su testi di Mario Basari la storia Il capitano Mike:
Antonio Canale e Carlo Cossio “minori” non lo sono davvero: anzi, sono stati, certo in modi assai diversi, due veri Giganti del Fumetto italiano, fin dal remoto Anteguerra. Però si possono definire sicuramente dimenticati, al pari di tanti altri…
L’Amok di Antonio Canale, giustiziere in maschera dei primi anni Cinquanta, è stato un grandissimo successo commerciale. Ma abbiamo incontrato questo autore, sul Vittorioso, già nel 1937, con La piuma verde, su testi nientemeno che di Gianluigi Bonelli. Nel 1951, su testi di Adamante, disegna Scacco a Sigma 3, col suo tipico stile eccessivo, barocco, quasi malato:
Carlo Cossio, insieme al fratello Vittorio, è stato forse il più prolifico disegnatore italiano, fra il 1938 e la metà degli anni Cinquanta. Sua è la parte grafica di Dick Fulmine, su testi di Vincenzo Baggioli, a torto o a ragione considerato l’”eroe fascista” per eccellenza. Ma Carlo Cossio è importante anche e soprattutto per la sua lunga collaborazione a “L’Intrepido” (vedremo in seguito, spero) e per la sterminata serie di albetti minori e minimi, molto rappresentativi di un particolare periodo editoriale, quello dell’immediato secondo Dopoguerra: come il beffardo Tanks, l’uomo d’acciaio, su testi di Stanis La Bruna, e in seguito di successi come Kansas Kid e Buffalo Bill.
Il curioso …E Ascanio regnò, del 1957, su testi di Sandro Cassone, sembra preso pari pari da “L’Intrepido” Anteguerra: un caso di stile… fuori tempo massimo:
Parlando di “artigiani” del Fumetto, tale qualifica si attaglia alla perfezione a Franco Chiletto, classe 1897, anche lui prolificassimo autore, attivo fin dagli anni Venti e nell’Anteguerra “classico” collaboratore fisso di “Topolino”, con le riduzioni salgariane già iniziate da stelle della Nona Arte come Guido M. Celsi e Rino Albertarelli. Nel 1951, sul Vittorioso, la storia Il tesoro degli Armagnac è perfettamente in linea con tali produzioni, e quindi con uno stile decisamente attardato:
Ruggero Giovannini, invece, assai più giovane, lo abbiamo incontrato nell’immediato Dopoguerra, sul Vittorioso, con varie storie, fra cui la serie di Jim Brady che è probabilmente il primo fumetto “americano” della testata. L’invincibile spada, del 1955, è un tipico esempio delle storie medievaleggianti in cui questo versatile autore, abile anche nel noir, era maestro:
Fumetti
Amok,
Antonio Canale,
Armando De Amicis,
Carlo Boscarato,
Carlo Cossio,
Claudio Nizzi,
Eros Belloni,
Gianluigi Bonelli,
Gianni Brunoro,
Il Vittorioso,
Larry Yuma,
Mario Basari,
Vittorio Cossio
sabato 4 aprile 2009
Viaggio intorno alla mia biblioteca
Scaffale 9
Eccoci alla prima delle collezioni di “antiquariato”: il settimanale Il Vittorioso, uscito tra il 1937 e 1966, quasi senza interruzioni, unico caso in Italia.
Non l’ho mai amato, è bene essere subito chiari. Anche per questo, ha subito il destino della rilegatura. Il mio amico Frank, ingegnere, parla di “istinto di derivata continua”, riferendosi alla malattia del collezionista, che lo spinge a cercare prima ogni numero delle serie che ama di più, poi ogni altra serie che abbia qualcosa di interessante, infine – è lo stadio che ho attraversato anch’io, ma adesso sono guarito – le serie che non lo interessano affatto, ma che appartengono al medesimo contesto storico-culturale delle altre. Per me, il Vittorioso fa parte della seconda categoria. Di interessante, per me, c’è ovviamente il grandissimo Jacovitti, poi un po’ di Caesar, poi Landolfi, poi De Luca e Craveri, e qualche altro.
Inizio con una scheda del settimanale, presa dal mio cataloghino personale, la cui copertina è riprodotta nel primissimo post di questo blog:
IL VITTORIOSO - A. 1, n. 1 (9 gen. 1937) - a. 30, n. 53 (31 dic. 1 66). - Roma : Società Editrice A.V.E. - 1498 n. [1937-1966] - fumetti b/n e color. ; 40x30 cm. - Settimanale. - Il formato dall’a. 5, n. 46 (6 sett. 1941): 33x24,5 cm. ; dall’a. 5, n. 51 (20 dic. 1941): 36x27,5 cm. ; dall’a. n. 36,4x27 cm. ; dall’a. 10, n. 1 (20 gen. 1946): 34,4x24,3 cm. ; dall’a. 12, n. 1 (4 gen. 1948): 36,3x26,3 cm. ; dall’a. 19, n. 40 (5 ott. 1955): 37,5x26,6 cm. ; dall’a. 20, n. 1 (4 gen. 1956): 38x27,5 cm. ; dall’a. 24, n. 1 (1 gen. 1960): 35x25 cm. - Prosegue con: Vitt.
Questo curioso striscione di propaganda lo trovai molti anni fa ad una mostra mercato, credo a Reggio Emilia, e lo conservo nel volume della prima annata, il 1937:

Il primo numero, e con esso gran parte della prima annata, è un insieme di povere cose, con due sole eccezioni: la serie Gino e Piero del grandissimo Franco Caprioli, qui stranamente sotto tono rispetto a ciò che il maestro di Mompeo faceva più o meno nello stesso periodo per Argentovivo! e Topolino, e l’esordio del vulcanico Sebastiano Craveri.
Il problema è che Il Vittorioso nasce nel tentativo di contrastare l’epocale, incredibile successo de L’Avventuroso di Nerbini (Flash Gordon, L’Uomo Mascherato, Mandrake…), considerato volgare e diseducativo. Tentativo che non riuscirà mai, nemmeno dopo che il Fascismo provvide a bandire gli immortali comics americani, nel 1938.

Queste sono, difatti, le uniche cose buone dei primi numeri. Il giornale non decolla, cambia direttore (il più tollerante Francesco Regretti viene sostituito da Luigi Gedda) e soprattutto viene chiamato a sollevare le sorti della testata un nome che oggi ha il sapore del mito: Gian Luigi Bonelli, il futuro papà di Tex. Intanto, prima che il salvatore arrivi, si intuisce che è meglio affidare a Craveri, creatore di un mondo alternativo para-disneyano, di grande originalità, intelligenza e respiro narrativo (il mondo di Zoolandia, con Giraffone e soci), l’onere-onore del paginone finale, a colori:

Ad aprile del 1937, i fumetti (i balloons, intendo) hanno finalmente pieno diritto di cittadinanza, così come le storie “avventurose” ispirate pesantemente al Jungle Jim di Alex Raymond, ed opera del discreto artigiano Cozzi:
Ed eccolo, Bonelli, affiancato dal notevolissimo Corrado (Kurt) Caesar, raymondiano anche lui, ma non certo d’accatto, nelle serie del Crociato e del Crociato Nero (inquietante, anzichenò):

Ma i cambiamenti maggiori arrivano solo l’anno successivo. Nel 1938, ad Aprile, in piena guerra civile spagnola, Caesar scrive e disegna le epiche gesta del volontario italiano (franchista) Romano il legionario. Evito di entrare nel contesto bellico-politico, perché immagino che sarebbero dolori (furono commesse terribili atrocità da entrambe le parti in guerra, e anche stragi intestine all’interno di uno dei due schieramenti) e mi limito a osservare, perplesso, che secondo tutte le testimonianze – compresa quella di Jacovitti – Caesar era antifascista convinto! Le tavole di Romano, comunque, sono canditi per gli occhi, per parafrasare gli anglosassoni:

Bonelli affronta il West con un altro grandissimo disegnatore, Antonio Canale, che lavorerà molto per Mondadori, quando l’insuperato Federico Pedrocchi chiamerà a raccolta le forze italiane migliori, in epoca di autarchia, per fare del settimanale Topolino la più bella rivista per ragazzi di tutti i tempi. La serie “nonna” di Tex è La piuma verde:
Il Natale, ovviamente, è festa grande per il cattolicissimo Vittorioso (edito in pratica dalla CEI), e il numero del 25 dicembre 1938 ha un supplemento – di non comune reperibilità – in cui appare per la prima volta uno dei grandi sostenitori del settimanale, ovvero l’asso Gino Bartali. Il resto al prossimo post. Pant, pant… Ne avremo per parecchio tempo, temo.
Non l’ho mai amato, è bene essere subito chiari. Anche per questo, ha subito il destino della rilegatura. Il mio amico Frank, ingegnere, parla di “istinto di derivata continua”, riferendosi alla malattia del collezionista, che lo spinge a cercare prima ogni numero delle serie che ama di più, poi ogni altra serie che abbia qualcosa di interessante, infine – è lo stadio che ho attraversato anch’io, ma adesso sono guarito – le serie che non lo interessano affatto, ma che appartengono al medesimo contesto storico-culturale delle altre. Per me, il Vittorioso fa parte della seconda categoria. Di interessante, per me, c’è ovviamente il grandissimo Jacovitti, poi un po’ di Caesar, poi Landolfi, poi De Luca e Craveri, e qualche altro.
Inizio con una scheda del settimanale, presa dal mio cataloghino personale, la cui copertina è riprodotta nel primissimo post di questo blog:
IL VITTORIOSO - A. 1, n. 1 (9 gen. 1937) - a. 30, n. 53 (31 dic. 1 66). - Roma : Società Editrice A.V.E. - 1498 n. [1937-1966] - fumetti b/n e color. ; 40x30 cm. - Settimanale. - Il formato dall’a. 5, n. 46 (6 sett. 1941): 33x24,5 cm. ; dall’a. 5, n. 51 (20 dic. 1941): 36x27,5 cm. ; dall’a. n. 36,4x27 cm. ; dall’a. 10, n. 1 (20 gen. 1946): 34,4x24,3 cm. ; dall’a. 12, n. 1 (4 gen. 1948): 36,3x26,3 cm. ; dall’a. 19, n. 40 (5 ott. 1955): 37,5x26,6 cm. ; dall’a. 20, n. 1 (4 gen. 1956): 38x27,5 cm. ; dall’a. 24, n. 1 (1 gen. 1960): 35x25 cm. - Prosegue con: Vitt.
Questo curioso striscione di propaganda lo trovai molti anni fa ad una mostra mercato, credo a Reggio Emilia, e lo conservo nel volume della prima annata, il 1937:

Il primo numero, e con esso gran parte della prima annata, è un insieme di povere cose, con due sole eccezioni: la serie Gino e Piero del grandissimo Franco Caprioli, qui stranamente sotto tono rispetto a ciò che il maestro di Mompeo faceva più o meno nello stesso periodo per Argentovivo! e Topolino, e l’esordio del vulcanico Sebastiano Craveri.Il problema è che Il Vittorioso nasce nel tentativo di contrastare l’epocale, incredibile successo de L’Avventuroso di Nerbini (Flash Gordon, L’Uomo Mascherato, Mandrake…), considerato volgare e diseducativo. Tentativo che non riuscirà mai, nemmeno dopo che il Fascismo provvide a bandire gli immortali comics americani, nel 1938.

Queste sono, difatti, le uniche cose buone dei primi numeri. Il giornale non decolla, cambia direttore (il più tollerante Francesco Regretti viene sostituito da Luigi Gedda) e soprattutto viene chiamato a sollevare le sorti della testata un nome che oggi ha il sapore del mito: Gian Luigi Bonelli, il futuro papà di Tex. Intanto, prima che il salvatore arrivi, si intuisce che è meglio affidare a Craveri, creatore di un mondo alternativo para-disneyano, di grande originalità, intelligenza e respiro narrativo (il mondo di Zoolandia, con Giraffone e soci), l’onere-onore del paginone finale, a colori:
Ad aprile del 1937, i fumetti (i balloons, intendo) hanno finalmente pieno diritto di cittadinanza, così come le storie “avventurose” ispirate pesantemente al Jungle Jim di Alex Raymond, ed opera del discreto artigiano Cozzi:
Ed eccolo, Bonelli, affiancato dal notevolissimo Corrado (Kurt) Caesar, raymondiano anche lui, ma non certo d’accatto, nelle serie del Crociato e del Crociato Nero (inquietante, anzichenò):
Ma i cambiamenti maggiori arrivano solo l’anno successivo. Nel 1938, ad Aprile, in piena guerra civile spagnola, Caesar scrive e disegna le epiche gesta del volontario italiano (franchista) Romano il legionario. Evito di entrare nel contesto bellico-politico, perché immagino che sarebbero dolori (furono commesse terribili atrocità da entrambe le parti in guerra, e anche stragi intestine all’interno di uno dei due schieramenti) e mi limito a osservare, perplesso, che secondo tutte le testimonianze – compresa quella di Jacovitti – Caesar era antifascista convinto! Le tavole di Romano, comunque, sono canditi per gli occhi, per parafrasare gli anglosassoni:
Bonelli affronta il West con un altro grandissimo disegnatore, Antonio Canale, che lavorerà molto per Mondadori, quando l’insuperato Federico Pedrocchi chiamerà a raccolta le forze italiane migliori, in epoca di autarchia, per fare del settimanale Topolino la più bella rivista per ragazzi di tutti i tempi. La serie “nonna” di Tex è La piuma verde:
Il Natale, ovviamente, è festa grande per il cattolicissimo Vittorioso (edito in pratica dalla CEI), e il numero del 25 dicembre 1938 ha un supplemento – di non comune reperibilità – in cui appare per la prima volta uno dei grandi sostenitori del settimanale, ovvero l’asso Gino Bartali. Il resto al prossimo post. Pant, pant… Ne avremo per parecchio tempo, temo.
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