domenica 13 settembre 2009

Ancora (e sempre) Jacovitti

Dopo una lunga pausa agostana (non tutta di riposo, purtroppo) riprendo la discussione sul Vittorioso. E d’ora in poi cercherò di andare un po’ più alla svelta, perché c’è una gran mole di albi e giornali che aspettano di essere tratti dall’oblio…Ma non posso certo tralasciare il grandissimo Jacovitti. Gli anni Cinquanta vedono il primo dei suoi due grandi momenti, il secondo dei quali è ovviamente quello del Il Giorno dei ragazzi, che analizzeremo in seguito. Sul Vittorioso, Jacovitti scrive e disegna un lungo ciclo di avventure dei 3P (Pippo, Pertica e Palla), oltre che storie con Cip, Zagar e la Signora Carlomagno, quest’ultima il prototipo fumettistico della “nonna sprint” che riecheggerà nella letteratura popolare italiana in varie incarnazioni, non solo fumettistiche, con una punta di eccellenza nella Nonna Abelarda di Giovan Battista Carpi.
Ma non divaghiamo. Oltre ai due cicli suddetti, Jac realizza alcune opere favolistiche di grande inventiva e qualità grafica. Nel giro di anni di cui ci stiamo occupando, un’autentica perla è Le babbucce di Allah:





Oggi il mondo islamico è territorio minato, comunque lo si prenda. Negli anni Cinquanta, la Persia è ancora la Patria delle favole, e Baghdad un nome che evoca notti incantate e geni nelle lampade. Jac racconta una storia che è sospesa tra questo mondo infantile e la satira di costume. Peccato non essere più in grado di cantare le strofe in rima dei “cartigli”, costruite sopra i motivi di canzonette alla moda di allora: una tradizione che nella Letteratura popolare italiana ha le radici nei Quattro Moschettieri di Nizza e Morbelli (1934), con i disegni del grande Bioletto, e arriva almeno al Quartetto Cetra e alla Biblioteca di Studio Uno.



Nella seconda tavola, la scena dei diavoli è probabilmente ispirata alle memorabili sequenze dell’Inferno nel Dottor Faust di Rino Albertarelli, pubblicato nel 1940/41 su Topolino. Che poi, alla fine degli anni Cinquanta, riemerge tale e quale in una memorabile “grande parodia” disneyana di casa nostra, disegnata da Luciano Bottaro (Il Dottor Paperus):



Dello stesso anno delle Babbucce di Allah è uno straordinario Don Chisciotte, autentica summa della capacità visionaria di Jacovitti, capace di scomporre e ricomporre parti apparentemente lontane dell’immaginario collettivo (lo abbiamo già visto in Ciak! Del ’45) e insieme di creare un’opera compiuta perfettamente bilanciata, con una parte di satira di costume e una di moralismo niente affatto ipocrita. Non insisto oltre con quest’opera, benissimo ristampata molto di recente:
Ancora in attesa di una riedizione degna (se si esclude un’ormai remota – 1970 – Enciclopedia dei Fumetti di Gaetano Strazzulla) è la riuscitissima, quasi asterixiana Pippo e il Faraone, un’orgia piacevolissima di horror vacui nello stile delle sue celebrate “panoramiche” ed ennesima satira sugli avvenimenti storici appena conclusi:



Bisogna considerare che dopo la loro seconda pubblicazione, in albo, nei primissimi anni Cinquanta, queste storie non hanno mai avuto un’edizione degna, ma anzi sono state scarificate in tascabili, specie negli anni Settanta, che hanno consegnato alle generazioni successive un’immagine quanto meno distorta dell’arte di Jac. Il caso limite è Giaginto Corsaro Dipinto, storia surreale e quasi metafisica basata sui colori e ripubblicata… in bianco e nero!



Ma gli strali della satira jacovittiana, solo apparentemente bonaria, si dirigono anche sui personaggi della cultura popolari, come Tarzan:

Oreste il guastafeste, personaggio nichilista, non ha ad esempio davvero nulla di bonario. È figlio delle storie più crude di Jac, pubblicate su Intervallo negli anni precedenti, come Battista l’ingenuo Fascista e La Famiglia Spaccabue.

Mentre la vena più popolaresca, strapaesana e amabilmente quotidiana di Jacovitti si incarna negli straordinari “giri della risata”, rubati nell’idea a Craveri. Del quale, tempo permettendo, parlerò la prossima volta.


sabato 1 agosto 2009

Il Vittorioso del Dopoguerra e il neorealismo a fumetti.

Neorealismo: parola grossa, usata in questo contesto, ma è tanto per rendere l’idea.

Benché la vera punta di diamante del Vittorioso sia ancora Jacovitti, intorno al 1950 altri autori producono autentici piccoli capolavori. Fra le “vecchie glorie”, un posto d’onore spetta senz’altro a Franco Caprioli, di cui abbiamo visto gli exploits dell’immediato dopoguerra. Il Maestro di Mompeo, nel 1947/48, lavora molto per il mondadoriano “Topolino”, ancora formato giornale, che proprio nel ’47 vive la sua ultima stagione di relativo splendore. Libero dai rigidi vincoli moralistici dell’ambiente cattolico, con la serie dei Fanti di Picche (che vedremo a suo tempo), introduce il glamour e anche un po’ di sesso tout court, certo nei limiti imposti dal comune sentire dell’epoca. Consiglio vivamente il bellissimo saggio di Gianni Brunoro e Fulvia Caprioli "A tu per tu con Franco Caprioli" (Le Grandi Firme del Fumetto italiano, Editoriale Mercury, 2005): lì è tutto spiegato estesamente e con notevole acume critico.
Fatto sta che il harakiri di “Topolino” giornale, nell’aprile del 1949, lascia Caprioli a piedi. Sul Vittorioso, l’autore pubblica diverse storie di ampio respiro narrativo, alcune delle quali, su testi di Rudolph, vedremo meglio in seguito. Molte opere di Caprioli, in questo periodo, sono ancora di argomento storico, e ve ne propongo alcuni esempi, tutti caratterizzati dalla splendida qualità grafica.


Ma è particolarmente degno di nota, nel 1947/48 il piccolo ciclo strapaesano di Mino e Dario: l’ambientazione non è più esotica, né storica, ma contemporanea. Difatti assistiamo alle imprese di un gruppo di scout cattolici (qualsiasi riferimento al Tintin di Hergé non credo sia casuale), di alcuni disgraziati malviventi, di un carabiniere, di un vagabondo e di altri umanissimi personaggi, in uno scenario laziale di fantasia ma molto legato alla realtà. Non a caso, il ciclo è stato ripubblicato proprio in appendice al citato testo di Brunoro e Caprioli.

Abbiamo visto che già nel 1945, con I ragazzi di Piazza Cinquecento, un po’ di neorealismo era approdato sulle pagine del Vittorioso; dopo il breve ciclo di Mino e Dario Caprioli, vedremo altri autori confrontarsi con la contemporaneità e perfino con argomenti impegnativi e adulti. Non che sia cosa del tutto nuova, intendiamoci: quando affronteremo il grandissimo “Topolino” d’anteguerra, difatti, vedremo cose insospettabili, a partire da Zorro della Metropoli per arrivare alla Compagnia dei Sette: cose create nonostante il Fascismo, che fanno impallidire i successivi e improbabili Sciuscià (a fumetti s’intende) e Cuore Garibaldino.
Ma torniamo al Vittorioso. Oltre alla storia di Caprioli, qualche notevole spunto di contemporaneità è dato da storie poliziesche quali Il segreto dell’officina n. 2 di Belloni e Polese.

La nuova formula, quasi una rivista e non più un classico “giornale”, incontra il favore dei lettori, nonostante si sia ormai in epoca di tascabili e “strisce” trionfanti. A questo proposito: non aspettatevi in questo blog il fumetto “plebeo” del Dopoguerra, perché non ne ho in collezione; anzi, non aspettatevi nemmeno Tex, Miki, Blek ed epigoni.
Altra “colonna” del settimanale, sempre appartenente alla vecchia guardia, è Kurt Caesar. Anche lui è orfano di “Topolino”, e per il settimanale romano disegna una lunghissima serie di storie imperniate sulla tecnologia, specie in campo aeronautico. Una mole impressionante di produzione, realizzata mentre peraltro lavora estesamente per il mercato estero. Vi propongo, per tutte, una tavola del ciclo di Ted (emulo del defunto Romano) e un’altra, tecnico-fantascientifico-avventurosa, Il brigantino degli abissi, che prelude già ad Urania.


mercoledì 29 luglio 2009

Il Vittorioso e Gianni De Luca

Nuova vita per “Il Vittorioso”

Alla moria dei “giornali”, fra il 1949 e il 1951, fanno eccezione praticamente solo il “Corriere dei Piccoli” e “Il Vittorioso”. Il secondo, anzi, conosce in questo periodo il suo periodo più bello, certo il più ricco. Le pagine aumentano a sedici, le rubriche e le pagine di dialogo coi lettori salgono di livello. Dall’ottobre del 1950, col numero 43, l’unica concessione al mutato vento editoriale è la scomparsa della serie a fumetti pubblicata in prima pagina, sostituita da una ricca copertina a colori, un po’ stile “Domenica del Corriere”, ma spesso occupata da “panoramiche” o da altre straordinarie composizioni del grande Jacovitti.



Fra il 1947 e il 1949, il settimanale ospita nuovi autori. Uno fra i più interessanti è senz’altro Giovanni De Luca, che gode di un’ottima scheda su Wikipedia, a cui rimando volentieri. La sua opera migliore, pubblicata negli anni Settanta su “Il Giornalino”, ovvero Il commissario Spada, è stata ristampata di recente, e la sua ricercata arte grafica è tornata (almeno spero) familiare agli appassionati di fumetti. Ben poco si sa e si scrive, invece, dei primi passi di De Luca sul Vittorioso: eppure si tratta di storie che, a parte qualche ingenuità, vedono formarsi e prestissimo imporsi le sperimentazioni grafiche dell’autore, la sua capacità di rendere temi fantastici e scenari onirici con un tratto rigorosamente realista. Dopo alcune storie di ottimo livello ma convenzionali, come ad esempio Il Mago Da Vinci, pubblicata nel 1947, con La prora vichinga, su testi di Roudolph, il suo segno grafico si fa pienamente maturo. Temi come quelli di Atlantide vengono affrontati con una capacità evocativa, da parte della coppia di autori, che non ha alcunché da invidiare agli autori franco-belgi ai quali evidentemente si ispirano.





domenica 26 luglio 2009

Il Vittorioso 1949/50

La crisi del “giornale a fumetti”

Il 1949 è un anno di svolta, anzi addirittura di cesura, per il Fumetto italiano. In un breve volgere di mesi, entra in crisi definitiva una forma editoriale che aveva dominato il mercato per almeno diciassette anni, ma le cui origini risalivano al 1908, con il Corriere dei Piccoli, e anche a prima. Gli anni Trenta, con l’esplosione del “fenomeno americano”, avevano portato – come vedremo più in là – ad una proliferazione incredibile di testate, e il “giornale a fumetti”, la forma editoriale di cui stiamo parlando, aveva superato bene o male la crisi profonda della Seconda Guerra Mondiale, nonostante le grandi novità impostesi negli anni Quaranta. Il tipico “giornale” era – come “Il Vittorioso” – un settimanale di grande formato, con 8/16 pagine, in parte a colori, ognuna delle quali, mediamente, pubblicava una puntata di una serie a fumetti; anche “Topolino”, oltre alle storie disneyane, ospitava, sempre una per pagina, serie di altri autori, anche diversissime tra loro.Sorvolando per ora sulle cause, la formula del “giornale” entra in crisi nel Dopoguerra, con un’accelerazione progressiva a partire dal 1948. Molte testate aprono e chiudono in un breve volgere di mesi, ma il segnale definitivo è dato proprio da “Topolino”, che nell’aprile del 1949 si trasforma in un mensile di piccolo formato, denso di pagine, un “tutto Disney” che abbandona il meccanismo delle “puntate” e che ha subito un grande successo. Come fosse un segnale convenuto, gli altri editori si adeguano precipitosamente: il primo è “L’avventura” di Capriotti, indegno erede del leggendario “L’avventuroso”, che fa esattamente la stessa cosa nel giugno di quell’anno; l’ultimo “L’Intrepido” dei Del Duca, alla fine del 1951; altri, semplicemente, chiudono i battenti, oppure lo hanno già fatto nel 1948, come il leggendario “Robinson”. Nel 1952, nelle edicole, non ci sono più i settimanali multicolori, formato tabloid, che le avevano pavesate per tanti anni.

mercoledì 22 luglio 2009

Il Vittorioso 1947/48

Mi rendo conto che – almeno per ora – l’avventura del Vittorioso si identifica praticamente con quella di Benito Franco Jacovitti, genio del Fumetto: è davvero troppa la distanza fra lui e gli altri autori a lui contemporanei, anche se questi hanno nomi come Franco Caprioli, Sebastiano Craveri, Gianni De Luca o Lino Landolfi, come vedremo tra poco. A questo proposito, condivido in pieno la perplessità di Fortunato: com’è possibile che un gigante come Jac non abbia avuto autentica fortuna all’estero? Confesso di non avere altre notizie di sue traduzioni, oltre a quella nominata nella risposta al mio post precedente. Troppo “italiano”? Qualche volta, forse, certo non sempre; anzi, le sue storie migliori sono, come tutte le opere d’arte, universali. Non sarà stato troppo sincero, senza ombra di ipocrisia, politicamente scorrettissimo, insomma troppo bravo?
Nel 1947, il Vittorioso pubblica una delle sue opere più splendide, il Pinocchio a fumetti. Disegnato nel 1943/44, è un tripudio di espressionismo, simbolismo (vedremo come quest’ultima componente si rafforzerà, prestissimo), eleganza e suggestione barocca:


Apro una breve parentesi sulle altre pinocchiate jacovittiane. Più o meno dello stesso periodo è l’opera di illustrazione del capolavoro collodiano realizzata per l’editrice La Scuola di Brescia (1945): moltissime illustrazioni al tratto e molte grandi tavole, colorate però in modo invasivo, perché il tratto di Jac è coperto da quello di un altro artista, il bresciano Aristide Longato. Il risultato è comunque di grande fascino. Possiedo una seconda edizione del volume, del 1953, peraltro identica alla prima:


Nel 2002, per la gioia di tutti gli appassionati, esce “finalmente” un’edizione del volume con le chine originali di Jacovitti, colorate al computer, senza l’apporto "coprente" di Longato. Personalmente rimango deluso: è tutto assai più freddo, ma il documento è di grande interesse:


Mi accorgo solo ora che ha parlato anche Lele, nel suo blog, e fa considerazioni identiche alle mie!
Negli anni Settanta, Jacovitti torna alla carica con le illustrazioni per l’edizione collo diana edita dai romani Fratelli Spada:

La versione a fumetti del 1947 resta comunque di gran lunga la più valida. Peccato che non abbia avuto più edizioni degne, se si esclude lo splendido (e raro, e costoso) Festival di Jacovitti versione “rosa”, del 1955, che la ripubblica insieme ad altri albi del Nostro:

Ma torniamo al Vittorioso del Dopoguerra. Sebastiano Craveri riparte in grande stile, con storie dense di suggestioni poetiche, sia letterarie che grafiche. È probabilmente il suo periodo migliore, e Il castello degli spiriti è un irripetibile sintesi di umorismo, con venature di satira, spirito avventuroso e senso del meraviglioso:

Altrettanto fascinosa sono le storie I 3 capelli d'oro del Mago Fanfarone e L'isola della pace: la seconda è particolarmente interessante, perché Craveri affronta, sia pure al suo modo favolistico, temi di bruciante attualità:

Peccato che il settimanale, nel 1947, modifichi in modo radicale la propria impaginazione, per pubblicare più serie in un limitato numero di pagine. Il risultato sacrifica l'opera degli artisti. Ma intanto abbiamo un assaggio degli altri racconti a fumetti di gran livello, editi fra il 1947 e il 1948:


martedì 21 luglio 2009

Notte d'estate

In onore degli eroi del progetto Apollo, della mia entusiastica nottata davanti alla TV, quarant’anni fa, di sogni mai avverati ma comunque bellissimi, offro con un giorno di ritardo il mio modesto omaggio alla Ragione, all’Avventura e alla Bellezza.
Scontato, per un blog di fumetti, ma questa è l’immagine, almeno per me, più evocativa.

domenica 12 luglio 2009

DOVE ERAVAMO RIMASTI?

Ciao a tutti. Cerco di riprendere un po’ il ritmo dei post, dopo una lunga pausa, ma il tempo è tiranno…Dunque, siamo ancora lontani dall’aver esaurito anche il solo Vittorioso. Penso sia meglio (= più divertente) abbandonare decisamente l’esplorazione “topografica” della mia libreria, affrontando di petto la collezione cosiddetta “d’antiquariato”, con cose certamente meno ovvie e alcune addirittura particolarissime. Per il momento, comunque, continuiamo con:

IL VITTORIOSO 1945/46

Avevamo lasciato il settimanale, risorto dalle sue ceneri dopo la breve parentesi di chiusura nei mesi più terribili del 1944, con i nuovi exploit di Jacovitti e Craveri e con un interessante fumetto “resistenziale” disegnato da Raffaele Paparella. Nel 1945, il grande Jac ha la sua svolta artistica più decisiva: la tecnica del disegno è ormai pienamente matura, la qualità dell’invenzione superba, ma con in più una nuova aggressività, quasi una ferocia visionaria che dà la cifra artistica del nuovo Jac, destinato ad un futuro sempre più luminoso.Il momento di svolta si può collocare fra la storia Cin Cin, ancora senza nuvolette e quindi realizzata “in clandestinità” nel 1943, e la surreale Ciak! Che non solo ha i balloons, ma è un’autentica orgia visuale di sapore quasi metafisico, con rimandi, magari non del tutto consapevoli, a Futurismo e Dadaismo. Giudicherete voi.

Cin cin è splendido, indubbiamente, e le tavole successive, che non riporto per non aumentare a dismisura il post, sono ancora più elaborate e suggestive. Ma già con l’inizio della nuova saga di Cip e Zagar (due personaggi destinati a lunga vita), il piglio surreale, a volte quasi demenziale, si fa decisamente prepotente:

Jac disegna questa storia nel 1943, nascosto per sfuggire alla leva repubblichina. Ha dei forti sensi di colpa, e scrive dei “cartelli” in cui li esplicita, definendosi un “ribelle”, addirittura un “mariuolo”:

Nel 1945, e fino al 1947, appariranno altre storie di Jac disegnate nel periodo clandestino, come Peppino il paladino:

Ma in quell’anno, come abbiamo anticipato, esce Ciak!, una storia per molti aspetti unica, in cui l’autore mischia cinema e fumetto, con uno sguardo introspettivo al mondo della produzione, alle redazioni dei settimanali, alla stessa essenza del linguaggio per immagini. È incredibile che questo piccolo capolavoro sia stato appena sfiorato dall’analisi storico-critica. Qualche esempio:



Altra storia decisamente visionaria è Pippo nella luna. Più consapevole di altre, nel riferimento al surrealismo di Dalì e di altri maestri dell’arte figurativa “colta”, è forse meno fresca di Ciak ma sempre di straordinaria suggestione:




Ma il Vittorioso, ovviamente, non è solo Jacovitti, anche se il genio termolese è di gran lunga l’autore più importante della scuderia. Nel 1946 torna il grande Franco Caprioli, gentiluomo del Fumetto, che in questo periodo è all’apice delle sue capacità grafiche. Memorabile è la storia, quasi mistica, Rose tra le torri:
Ma di grande suggestione è anche Cuori nella tempesta, in cui l’autore riprende le tematiche marinare esotiche a lui care fin dai tempi del "Topolino" prebellico:


Oltre a Caprioli, è degno di nota Ruggero Giovannini, con Jim Brady, che cerca di adeguarsi al gusto “popolare” dei lettori, un importante mutamento rispetto alle direttive moralistiche degli anni precedenti: